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La riconciliazione del Golfo: cresce la preoccupazione iraniana

Quali che siano le conseguenze di questo cambiamento, il Golfo punta alla riconciliazione interna poiché è l’unica opzione per potersi difendere in caso di guerra e per poter imporre le proprie condizioni in qualunque nuovo accordo internazionale con l’Iran.

Di Mohamad Kawas, al-Arab (13/12/2019). Traduzione e sintesi di Francesca Paolini.

Nel comunicato emesso dopo il summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo si fa un chiaro riferimento all’Iran e al pericolo che questo rappresenta per la sicurezza del Golfo e dell’intera regione. In primo luogo il summit ha affrontato le conseguenze della crisi con il Qatar ed il tentativo di superarla consente di spiegare ed analizzare il futuro atteggiamento internazionale nei confronti dell’Iran.

L’Iran guarda con diffidenza e preoccupazione alla riconciliazione del Golfo. Tehran si è inserita abilmente all’interno della spaccatura del Golfo, offrendo supporto e protezione a Doha, sebbene il Qatar non avesse bisogno di protezione militare poiché i quattro Stati che lo boicottarono –  Arabia Saudita, Egitto, Emirati e Bahrein – non hanno mai mostrato un’ostilità che superasse i provvedimenti e le sanzioni adottate nei confronti di Doha, che è inoltre vincolata da accordi e trattati con altri Stati ed ospita la più grande base militare americana del mondo.

Tehran ha recentemente ospitato il ministro degli esteri dell’Oman Yousef bin Alawi che l’ha informata della volontà di riconciliazione all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Il presidente Hassan Rouhani è così tornato a parlare di negoziazioni con l’Arabia Saudita che rispettino le condizioni imposte da Tehran,  secondo “l’iniziativa Hormuz”,  in materia di pace e sicurezza della regione. L’Iran sente che la riconciliazione dei vicini potrebbe ostacolare la sua infiltrazione nella zona e potrebbe fargli perdere i mezzi per manipolare l’unità del Golfo che, grazie all’aiuto russo, le hanno permesso di imporsi come protettore della sicurezza strategica regionale per superare la rottura delle relazioni con gli Stati Uniti da quando il presidente Donald Trump ha deciso di ritirare l’America dall’accordo sul nucleare firmato a Vienna nel 2015.

L’Iran è preoccupato dell’attuale contesto internazionale. Questo vede nel superamento della crisi del Golfo la possibilità di creare un’azione collettiva e coordinata per fronteggiare “l’anomalia” iraniana che minaccia la stabilità regionale e la stabilità del mercato energetico mondiale, che riguarda, ancora prima dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, la Russia, l’India, la Cina, il Giappone e la Corea del Sud. L’Iran sospetta inoltre che gli Stati Uniti stiano lavorando instancabilmente per creare delle condizioni diplomatiche, economiche e militari che lo obblighino a sedersi al tavolo dei negoziati.

 I paesi del Golfo hanno acconsentito alla riconciliazione, anche a seguito di una serie di visite dei ministri del Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Oman e Emirati a Washington, visite che, sebbene non riguardassero i problemi interni del Golfo, si sono tutte concluse con la volontà collettiva di voltare pagina. L’amministrazione americana si è approcciata diversamente alla crisi del Golfo; all’epoca di Rex Tillerson era chiaro che Washington volesse risanare la spaccatura ma l’atteggiamento dei paesi in competizione forzò gli Stati Uniti ad attendere che questi trovassero da soli un rimedio.

Oggi il ministro degli esteri Mike Pompeo è più vicino a Trump di quanto lo fosse Tillerson. Le istituzioni statunitensi hanno cominciato a sostenere le volontà dei paesi del Golfo; la riconciliazione si baserà  su queste e sull’esperienza degli anni passati, che ha dimostrato quanto il mondo tragga beneficio da ogni controversia e di quanto questo sia egoista nella difesa dei propri interessi che lo porteranno ad inimicarsi l’Iran.

All’inizio degli anni Ottanta l’unione formò un fronte di sei Stati per costituire un sistema di sicurezza che proteggesse la regione dalla rivoluzione che l’Iran si vantava di esportare. La verità è che il Consiglio ha ancora questa necessità e che può rafforzarsi solo attraverso un ripristino strutturale che superi la spaccatura con il Qatar, che ha indebolito l’efficacia del Consiglio e posto domande sulla sua esistenza.

I paesi del Golfo vogliono ufficialmente entrare nell’epoca della riconciliazione e la decisione sembra essere irreversibile nonostante lo scetticismo che circola sui forum e sui social network del Golfo stesso. Non ci si aspettavano grandi sorprese dal summit tenutosi a Riyad eppure i sintomi di una riconciliazione erano già apparsi, tra i più importanti la partecipazione delle squadre dell’Arabia Saudita, Emirati e Bahrein alla Gulf Cup 24 svoltasi in Qatar.

Quanto all’Unione Europea, sembra che questa stia cambiando la propria posizione neutrale verso l’Iran e che si stia avvicinando alla posizione di Washington, comincia infatti a rifiutare i comportamenti dell’Iran che minacciano la stabilità mondiale e il suo pericoloso ritiro dagli obblighi sanciti dall’accordo sul nucleare.

La stampa americana invece, nonostante le smentite del Pentagono, svela l’intenzione del ministero della Difesa di inviare migliaia di soldati verso la zona, come prova della politica del grosso bastone adottata dagli Stati Uniti. Il mondo infatti non perdona all’Iran il suo più grande peccato: aver preso di mira le strutture dell’Aramco in Arabia Saudita. In attesa dell’esito delle indagini ufficiali, viene fatto silenzio sulla questione, poiché i risultati di queste si aspettano una reazione iraniana su questioni di pace e di guerra.

Mohamad Kawas è un giornalista e conduttore televisivo libanese.

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Redazione

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