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La prossima crisi di rifugiati

Di Santiago Roncagliolo. El País (31/12/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Sono più di cinque milioni i palestinesi che vivono in campi profughi in Siria. Una nuova esplosione di violenza li obbligherebbe a fuggire e la cifra di coloro diretti in Europa raddoppierebbe. È quindi urgente trovare una soluzione politica al conflitto palestinese.

La maggior parte dell’opinione pubblica europea pensa che quello dei rifugiati sia un fenomeno nato quest’anno, quando la violenza ha spinto milioni di siriani verso il Mediterraneo e verso gli Stati membri dell’Unione Europea. Invece, per Hatim, 49enne palestinese del campo di Al-Shati nella Striscia di Gaza, “rifugiato” è quasi una nazionalità. È nato in questa condizione e, forse, vi morirà. Il suo campo non assomiglia a quelli che si vedono in televisione. Dopo 65 anni, non è più un accampamento, ma un complesso residenziale di cemento e asfalto.

Come Hatim, più di cinque milioni di rifugiati vivono in campi – in Siria, Libano, Giordania e nella stessa Palestina – gestiti dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA). Non vengono accettati come cittadini né da Israele, né dai Paesi arabi. Per loro, la UNRWA è quello che somiglia di più a uno Stato. L’Agenzia offre educazione, sanità, alimenti, alcune infrastrutture e servizi sociali, nonché occupazione: la stragrande maggioranza dei suoi dipendenti sono rifugiati.

Fino ad oggi, è l’UNRWA ad aver evitato rivolte violente o un esodo massiccio. Di certo, la guerra in Siria sta erodendo lo status quo. La violenza destabilizza i campi siriani e rende più costosa la gestione degli altri campi. La scorsa estate, i rifugiati erano sull’orlo del precipizio: un deficit di 101 milioni di dollari stava per impedire all’UNRWA di aprire le scuole nei campi. Oltre a minacciare il futuro di milioni di persone, la chiusura delle scuole avrebbe lasciato in strada migliaia di giovani, che avrebbero potuto, per esempio, sfogare la loro frustrazione contro i militari israeliani oppure provare a saltare il muro.

La situazione si è risolta in extremis con un’iniezione di fondi da parte dell’UE, degli USA e di alcuni Stati europei e arabi. Il deficit è stato coperto per un pelo. Ma è questione di tempo fino alla prossima nuova crisi. I costi e la pressione non smettono di aumentare.

L’emergenza rifugiati in Europa conta circa un milione di persone. Ma nei campi UNRWA ce ne sono altri cinque milioni. Se una nuova escalation di violenza li obbligasse a fuggire, anche se solo il 20% di loro cercasse un futuro nell’UE, il numero di rifugiati nel Mediterraneo raddoppierebbe. E bisognerebbe poi aggiungere tutti gli sfollati provocati dai bombardamenti contro Daesh (ISIS).

Si tratta di un problema tra israeliani e palestinesi? È una questione che deve risolvere il Medio Oriente? No, da quest’anno è anche un problema fondamentalmente europeo. La famiglia di Hatim aspetta una soluzione da 65 anni. Oggi, anche l’Europa ne ha bisogno.

Santiago Roncagliolo è uno scrittore e giornalista peruviano.

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Roberta Papaleo

1 Commento

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  • Scusate il dubbio, nell’articolo sopra riportato alla prima riga si legge: ” Sono più di cinque milioni i palestinesi…ecc.”
    Ora ammetto di non essere particolarmente dotato in matematica, ma se nel 1948 i profughi palestinesi furono 750/800 mila, ora aggiungiamoci 1,2 milione che vive in ISRAELE, quel 1,8 o 2 milioni che vivono in Giudea e Samaria, territori contesi ma sotto governo palestinese, insomma per un totale di 9 /10 milioni, mi spiegate come si fa ad accusare ISRAELE di GENOCIDIO ? Personalmente il genocidio è quello commesso dai turchi sugli ARMENI, dai tedesche sugli EBREI che per inciso solo nel 2015 hanno recuperato i 6 milioni scomparsi nella SHOHA quindi dopo bel 70 anni. Come diceva il grande William “c’è del marcio in Scandinavia” , ma gradirei un vostro commento Grazie

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