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La posizione di al-Nahda sul recente assalto all’Ambasciata statunitense a Tunisi

di Pietro Longo

A seguito degli episodi di violenza delle settimane passate, raccontati in un altro post, è necessario indagare la posizione dei cosiddetti islamisti moderati di al-Nahda, facenti parte della troika di governo e guidati dallo Shaykh Rashid al-Ghannushi.

Un articolo apparso in lingua araba su al-Quds al-‘Arabi, in data 22 settembre, ha sottilmente criticato il leader di ritrattazione. Per il quotidiano, al-Ghannushi avrebbe negato la precedente affermazione secondo la quale “i salafiti pongono un grave problema per la Tunisia”. Nella stessa dichiarazione era auspicato un rafforzamento della sicurezza da parte del governo interinale.

Tra venerdì e sabato, lo Shaykh avrebbe affermato, durante un’intervista per la TV nazionale, che il tempo della esclusione e delle campagne di sicurezza per la Tunisia è volto al termine pertanto non esiste, da parte di al-Nahda, alcuna volontà di contrastare nessun movimento religioso.

La dichiarazione in cui i salafiti erano apostrofati come un problema sarebbe stata soltanto un errore di informazione, dato che secondo le posizioni ufficiali del movimento “tutti i tunisini appartengono alla Tunisia, compresi i salafiti”. Lo Stato di diritto, ripristinato a seguito della dipartita di Ben ‘Ali, indica che la legge penale deve essere applicata ai danni di chi commette un reato, a prescindere dal credo religioso e dall’orientamento politico, al fine di evitare “l’esclusione”. I gruppi estremi che hanno assaltato l’Ambasciata americana nei giorni passati non comportano, in sintesi, alcun rischio per al-Nahda ma soprattutto per il paese, né sotto il profilo della sicurezza né in quello delle libertà. I salafi jihadi, cioè i gruppi radicali e, se non proprio armati, comunque ben disposti allo scontro dovranno fronteggiare un ispessimento dei servizi di sicurezza, ha assicurato al-Ghannushi.

I detrattori hanno criticato l’apparato dello Shaykh di essere troppo connivente ed accondiscendente con i gruppi facinorosi in questione. Tuttavia come riportato da alcune fonti autoptiche, l’attacco all’Ambasciata soltanto prima facie è stato condotto dai salafiti. In breve tempo l’area attorno alla rappresentanza diplomatica si è riempita di curiosi, d’età molto giovane, che per un motivo o per un altro si sono lanciati nella mischia.

Frattanto Khaled Tarouch, portavoce del Ministro degli Interni, ha affermato che circa 96 persone sono state arrestate per quell’aggressione. La polizia ha tallonato leader salafiti di spicco come Sayf Allah ibn Hussein, noto come Abu Ayyad, leader del braccio tunisino degli Ansar al-Shari‘a. Mentre si ritiene che pur condividendo i nomi, le organizzazioni attive nei diversi paesi (Tunisia, Libia ed Egitto) non possiedano profondi legami tra di loro, Abu Ayyad è tornato in carcere dopo il periodo di detenzione scontato durante il regime di Ben ‘Ali e la successiva liberazione per amnistia decisa a seguito della rivoluzione del 2011. Fonti giornalistiche riportano che quel venerdì, il leader in questione avrebbe reso una khutba a seguito della preghiera comunitaria nella centralissima moschea di al-Fath, in cui esortava alla manifestazione dinnanzi all’Ambasciata, seppur con mezzi non violenti e pacifici. La ragione della dimostrazione era certamente l’offesa recata dall’ormai famoso trailer del film Innocence of Muslims ma anche il “piano statunitense per distruggere l’Islam”.

Se al-Ghannushi ritratta e persegue l’approccio morbido volto a cercare di convincere i salafiti che “le loro idee sono errate”, il quotidiano di orientamento secolare in lingua francese La Presse a seguito di quegli eventi lanciava ai lettori l’interrogativo seguente: “Per quanto tempo ancora al-Nahda ed i salafi giocheranno al gatto ed al topo?”.

La dirigenza di al-Nahda recrimina gli eventi, redarguisce chi offende la sensibilità islamica con immagini ignominiose, discute con i salafi come con i partiti laicisti ed invoca l’ausilio economico statunitense. Tante posizioni troppo diverse tra di loro. Una credibilità che continua a deteriorarsi?

Claudia Avolio

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