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La politicizzazione delle soap opera siriane

di Asaad Hanna, Al-Monitor (03/07/2016). Traduzione e sintesi di Emanuela Barbieri.

Negli ultimi 10 anni le soap opera siriane hanno spopolato nel mondo arabo superando di gran lunga quelle provenienti dagli altri paesi arabi.

Tra le serie siriane più seguite, in particolare sono apprezzate quelle che hanno da sfondo la storia del Paese e di Damasco come Bab al-Hara, iniziata nel 2006 e giunta alla sua 8a stagione. Sebbene gli stessi siriani siano critici nei confronti della serie per come distorce la storia siriana, Bab al-Hara continua a essere la più popolare nel mondo arabo.

Dopo la rivoluzione siriana iniziata nel 2011, molti attori, come altre persone provenienti da qualsiasi categoria sociale, medici, artisti o disoccupati, hanno preso parte al conflitto con il risultato che diversi attori sono stati arrestati, mentre ad altri è stato proibito di lavorare. Il sindacato degli artisti siriani, affiliato al regime di Damasco, ha licenziato centinaia di artisti oppositori di al-Assad.

L’attrice siriana Sawsan Arsheed ha espresso la difficoltà di essere un artista in tempi in cui si è etichettati come oppositori solo perché si supportano cause a favore dell’eguaglianza e della libertà, senza prendere necessariamente una posizione politica ma semplicemente in accordo con i principi di umanità e giustizia.

Secondo Arsheed, “il cinema siriano è governato da tante linee rosse dettate dal regime che il margine di libertà è limitatissimo. Ha a che fare con ciò che sta accadendo nel Paese e riflette la versione del potere”. Quindi, dichiara, preferisce non lavorare che sottostare a un’autorità che detta le sue parole. Molte soap opera dipingono un immagine distorta degli oppositori al regime, presentati come gruppi di islamisti radicali e gente armata.

Sono state girate dozzine di serie televisive prodotte in Siria o in altri paesi arabi, che lasciano trapelare diverse percezioni di ciò che sta accadendo nel paese. Maher Sleibi, attore e direttore teatrale siriano, afferma che esistono due tipi di dramma. “Il primo, meno diffuso, è prodotto fuori dalla Siria nel tentativo, per questioni di marketing, di rimanere neutrale. Alcune troupe infatti hanno lasciato il paese per tentare di rappresentare ciò che realmente sta accadendo, ma la maggior parte di loro in questo modo non riesce a vendere. L’atro genere è prodotto dall’interno e rispecchia i dettami del regime che vuole mostrare che la vita va avanti normalmente e vede la produzione di storie d’amore, relazioni sessuali e vite al college lontane dal dolore della Siria”.

Sleibi racconta che molte troupe hanno lasciato il paese alla ricerca di un posto nel loro campo, a volte a discapito della loro ideologia o posizione, non potendo rientrare in patria per ragioni di visione politica.

Secondo il regista siriano Abdulrahman Dandashi, il quale lavora per agenzie di produzione straniere, il cinema siriano non è più governato da alcun partito. Sta solo aumentando il divario esistente tra le parti in conflitto, offrendo esempi estremi di una realtà distorta. La qualità tecnica del cinema siriano è migliorata grazie all’uso di telecamere e attrezzature moderne, ma la qualità artistica è in declino rispetto a come era prima della rivoluzione”.

La rivoluzione siriana ha segnato ogni aspetto della vita artistica, sociale e politica e questo è evidente anche sugli schermi televisivi che mostrano determinati orientamenti del regime. L’opposizione non ha nessun lavoro artistico ufficiale che può trasmettere la sua ideologia e i suoi obiettivi o promuoverli nei media.

Asaad Hanna è un attivista per i diritti umani e la società civile laureato in Economia all’Università di Damasco.

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I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Arabpress.eu


Emanuela Barbieri

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