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La Palestina alle Olimpiadi

bandiera palestinese

Di Sarah Aziza. Bustle (05/08/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Nonostante tutti i cliché che accompagnano le Olimpiadi, mi è sempre piaciuta la cerimonia di apertura: un evento in cui, per un momento, una parata di colori e sorrisi sembra eclissare il subbuglio della politica globale. E quest’anno, cerco una figura in particolare: una donna vestita con un abito ricamato, che sventola una bandiera rossa, bianca, verde e nera. Il suo nome è Mary al-Atrash ed è una nuotatrice palestinese. La Palestina c’è, noi ci siamo.

A quanti non è mai stata negata la dignità dell’identità, sarà impossibile cogliere il valore e il significato di questo semplice riconoscimento per famiglie come le mie. Mio padre, cittadino statunitense naturalizzato, ha passato metà della sua vita da apolide, ai margini. È la storia di ogni palestinese: la storia della lotta per la terra, per il rispetto. Siamo un popolo con un inno, con una memoria collettiva e un dolore collettivo, ma ci dicono in tutti i modi che in realtà non esistiamo – o almeno, che noi non contiamo.

Da cittadina americana, sono cresciuta in modo privilegiato, ma questo non mi ha difeso completamente dal dolore di queste negazioni. Visitando il Medio Oriente, ho subito interrogatori e detenzioni, sono stata definita “sospetta” a causa del mio nome palestinese. Nei campus universitari americani, sono stata bersagliata da commenti di odio da parte di persone che vedono il mio background culturale come una minaccia politica. Diventa sfiancante essere sempre politicizzati, possedere un’identità che scatena reazioni così forti, contro le quali si ha ben poco da dire.

sono certa che anche la Atrash si senta in questo modo a volte. Non conosco le sue idee politiche, ma una cosa la so: ama nuotare. Eppure, anche il suo semplice amore per lo sport è stato definito, e ridimensionato, dalla politica. Nel suo percorso verso le Olimpiadi, ha dovuto ricorrere alle poche e insufficienti risorse del suo villaggio in Cisgiordania, mentre gli atleti israeliani al di là dei checkpoint militari godevano di strutture a regola d’arte. Il suo allenatore, Musa Nawawra, si rammarica del fatto che gli atleti palestinesi non abbiano le risorse necessarie allo sviluppo del loro talento sportivo.

Però, Mary possiede quella particolare qualità cara a tutti i palestinesi: sumud, la perseveranza. Lei non ha mollato e oggi sorride. E così anche la sua famiglia, i suoi amici, il suo allenatore. Ha sognato e ha lottato, e non era sola. Questo è un altro dei nostri segreti: abbiamo perso tanto, ma non ci siamo persi tra noi.

Come palestinesi, siamo nuovi alle Olimpiadi, avendoci tagliato fuori dai Giochi fino al 1996 a causa della situazione politica. Ma siamo abituati as essere esclusi. Anche alle Nazioni Unite, ci permettono di “osservare”, ma non di votare. L’isolamento che ne deriva è più che simbolico: esso intacca praticamente ogni aspetto della vita, dai viaggi al commercio e all’istruzione.

A 22 anni, la Atrash sa queste cose meglio di chiunque altro. Non ha potuto allenarsi in delle piscine olimpioniche come si deve. Eppure, non si è data per vinta e ha costruito qualcosa di bello e durevole in un mondo di costrizioni. “Sono così felice”, ha detto Mary, ma non per la sua fama, quanto perché avrebbe potuto “gridare il nome della Palestina” al mondo.

Forse non vedremo la Atrash con una medaglia, ma il solo arrivo a Rio è già una grande vittoria per tutti i palestinesi.

Sarah Aziza è un’attivista, scrittrice e artista arabo-americana.

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