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La nuova ministra israeliana per la Cultura si schiera contro gli artisti

Di Juan Carlos Sanz. El País (21/06/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

“Ipocriti, ingrati, complottisti, presuntuosi”. In una recente intervista, la ministra per la Cultura israeliana, Miri Regev, non si è fatta problemi a criticare gli artisti di Israele. Ex generalessa dell’esercito ed ex capo della censura militare, nel giro di un mese la Regev si è guadagnata l’avversione di ampi settori del liberale mondo culturale israeliano, al quale ha provato a imporre la sua visione patriottica di militante del partito conservatore Likud. Il sentimento sembra essere reciproco.

israele artisti culturaLa stampa, la radio e la televisione israeliane hanno diffuso il testo dell’intervista che la ministra ha concesso al settimanale femminile AT. “Sono una banda di ingrati che credono di sapere tutto, ipocriti che avvelenano la vita. Non mi sento a mio agio a lavorare nel mondo della cultura”, ha affermato la Regev, mentre si lamentava del fatto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha mantenuto la sua promessa di affidarle il portafoglio degli Affari Sociali.

La controversa ministra è diventata una protagonista all’interno del nuovo governo di coalizione – che integra conservatori, nazionalisti e ultra-religiosi ed è considerato uno dei più di destra della storia di Israele. La Regev ha prima minacciato di cancellare le sovvenzioni del suo ministero a una compagnia di teatro infantile di Haifa, nella quale recitano bambini ebrei e palestinesi ed è diretta da un arabo israeliano che si è rifiutato di portare i suoi spettacoli sui palchi degli insediamenti in Cisgiordania.

La polemica è andata oltre quando il ministero della Cultura ha congelato gli aiuto al teatro Al Midan di Haifa, dove in quel momento era in scena un’opera dal titolo “Tempo Parallelo”, che parla di un palestinese che uccide un soldato israeliano. Poco dopo, la Regev ha fatto pressione sui responsabili del Festival Internazionale del Cinema di Gerusalemme affinché ritirassero dalla competizione il documentario “Oltre la paura” sulla vita familiare di Yigal Amir, il nazionalista ebreo radicale che vent’anni fa assassinò il primo ministro Yitzhak Rabin, poco dopo la firma degli accordi con i palestinesi. I partiti di sinistra radicale erano stati i primi a chiedere il ritiro del film, che verrà proiettato fuori concorso.

Nonostante la ministra abbia smussato le sue dichiarazioni, assicurando che le sue critica erano dirette “solo a certi artisti”, che è disposta a continuare a lavorare col mondo della cultura e ad “aumentare il bilancio” del suo dipartimento, la Regev è stata ricevuta con gridi di protesta lo scorso venerdì a Tel Aviv al suo arrivo a un evento per la consegna di premi teatrali.

Nata 50 anni fa in una famiglia ebrea appena emigrata dal Marocco in Israele, la Regev deve tutto all’esercito, nel quale entrò a 18 anni per il servizio militare obbligatorio. Durante la sua carriera, ha occupato il posto di portavoce della Forze Armate per le relazioni con la stampa e di responsabile della censura militare israeliana, che si assicura che le informazioni divulgate non mettano in pericolo la sicurezza di Israele. Nel 2007, ha lasciato la vita militare per buttarsi in politica nelle fila del Likud, il partito di cui Netanyahu è leader, e nel 2009 è stata eletta deputata alla Knesset.

Il mondo della cultura non ha ben accolto la sua nomina dopo le ultime elezioni. Lo scorso maggio, il cantante rock Shalom Hanoch ha preteso che la Regev non intervenisse prima della sua esibizione al Festival di Israele, ma la ministra gli ricordò che l’evento era finanziato dal suo dipartimento. Anche l’opposizione israeliana ha richiesto che rinunci alla carica: “Non si può lasciare la libertà d’espressione nelle mani di un censore”, ha detto il leader del partito Meretz, Zehava Galon.

Nella sua tanto dibattuta intervista, la Regev ha assicurato che delineerà a breve le norme per definire le condizioni che comporteranno la perdita delle sovvenzioni per quelle opere artistiche che “delegittimano lo Stato di Israele”, annunciando che “entro un mese si saprà ciò che è permesso e ciò che è proibito se si vogliono ottenere gli aiuti ufficiali”.

Nella sua rubrica sul quotidiano israeliano Yedioth Aharonot, l’analista Yoaz Handel ha ironizzato sulla “nuova età dell’oro della cultura” annunciata dalla presenza al governo della Regev: “Mai come ora si era parlato tanto di teatro e cinema in Israele”.

Juan Carlos Sanz è corrispondete da Gerusalemme per El País.

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Roberta Papaleo

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