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La morte di Rafsanjani e l’apparente unità iraniana

Hashemi Rafsanjani
La scomparsa dell'ex presidente ha apparentemente unito conservatori e riformisti nel dolore, ma sotto la superficie, le vecchie divisioni si inaspriscono

Di Mahan Abedin. Middle East Eye (10/01/2017). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri.

La morte improvvisa dell’ex presidente iraniano Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, avvenuta domenica scorsa, chiude un capitolo della tumultuosa storia post rivoluzionaria iraniana. Dalle impeccabili credenziali rivoluzionarie, egli era l’ultimo superstite della cerchia più ristretta del defunto leader Khomeini: figura controversa in vita, con la sua morte sembra aver, almeno nell’immediato, generato uno strano senso di unità nel panorama politico profondamente diviso dell’Iran.

L’establishment, che negli ultimi 8 anni lo aveva costantemente messo da parte, ora lo esalta come leader rivoluzionario. I riformisti e gli alleati del presidente Hassan Rohani lo elevano al rango di leader spirituale. Un politico accorto, con un’eccezionale capacità di manipolare l’opinione pubblica, anche dopo la sua morte Rafsanjani continua a trarre profitto dalla rivoluzione iraniana.

Per quasi vent’anni Hashemi Rafsanjani ha sostenuto la supremazia clericale nella Repubblica Islamica. Membro influente del Majlis (parlamento) negli anni Ottanta, comandante delle forze armate durante le fasi finali della guerra tra Iran e Iraq, ha poi negli anni Novanta servito per due mandati come presidente, all’interno della dialettica di potere tra lui e la Guida Suprema Khameini.

Per un breve periodo nei primi anni Novanta, Rafsanjani ha avuto la meglio confinando al ruolo di opposizione la Guida e la maggior parte dei lealisti della Repubblica Islamica. Ma questo periodo di splendore fu di breve durata. In primo luogo, la dialettica del potere al vertice della Repubblica aveva, da metà degli anni Novanta in modo irreversibile oscillato in favore di Khamenei. In secondo luogo, a livello di supporto, l’aumento dei riformisti aveva eclissato l’approccio tecnocratico di Rafsanjani alla riforma economica.

I riformisti che si erano riuniti attorno all’ex presidente Khatami, avevano adottato il discorso della democrazia contro l’establishment conservatore del paese. Essi erano in origine decisamente contrari a Rafsanjani, ed in particolare alle sue visioni di riforma economica, dove la liberalizzazione economica prevaleva sulle aperture politiche. Al contrario, i riformisti favorivano i progressi politici e culturali al fine di sviluppare un’economia più socialista.

La vista dei membri dell’establishment, guidati dal leader Ayatollah Khamenei, fianco a fianco con centristi e riformisti accanto alla bara di Rafsanjani, da’ una sensazione momentanea di unità nel paese. Senz’altro è vero che Rafsanjani ha rappresentato una figura rivoluzionaria fondamentale che ha consolidato la neonata Repubblica Islamica; la sua scomparsa è realmente pianta dai più alti vertici dello stato. Eppure c’è un’aria inconfondibile di falsità e opportunismo da parte di entrambe le fazioni, che sembra vogliano strumentalizzare il funerale di Rafsanjani per i propri fini politici.

Questo opportunismo in parte riflette la destrezza politica del defunto; per quanto riguarda l’eredità di Rafsanjani, sembra che i leader riformisti e centristi siano determinati a trasformarlo in un’icona di riforma e di resistenza, nonostante Rafsanjani non fosse un riformista, ma abbia, in linea con il suo approccio di bilanciamento, fino alla fine ha fatto del suo meglio per rimanere in buoni rapporti con l’establishment.

Mahan Abedin è un analista di politica iraniana e direttore del gruppo Dysart Consulting.

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