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La “logica” di Randa Berri

Di Joumana Haddad. Now Lebanon (10/03/2014). Traduzione e sintesi di Valerio Masi.

La scorsa settimana, Randa Berri, la moglie del presidente del parlamento libanese, ha espresso riserve su una possibile legge che protegga le donne da violenza di genere perché, come ha detto lei stessa, “la violenza coniugale è difficile da provare”.

Secondo questa logica (se tale debba essere chiamata), un governo dovrebbe promuovere leggi che puniscono crimini che possono essere provati. A cosa potrebbero essere applicate? Al 10% dei crimini commessi al mondo? Che sviluppo per la giustizia, con la G maiuscola. “Se non è ovvio, dimenticatelo”. Questo modo di ragionare porterebbe nuova luce sul concetto di “crimine perfetto”: ogni stupratore potrebbe farla franca a meno che non lasci il suo nome, la sua casa e una confessione sul corpo della vittima.

Tuttavia, ciò che la Berri dice è molto più pericoloso rispetto alla futilità del suo discorso: quello che sostiene è che il mondo delle donne sia molto meno credibile e di valore minore rispetto a quello maschile, e che la parola di una vittima di stupro abbia meno valore di quella dello stupratore. In altre parole, le donne violentate sono bugiarde fino a prova contraria.

Se è comprensibile il concetto di “innocente fino a prova contraria”, dobbiamo considerare che per questo tipo di situazioni pochissime donne hanno il coraggio di fare accuse del genere contro i propri mariti, per vergogna, pressioni della famiglia, precetti sociali e religiosi, oltre alla paura di separarsi dai figli. Dover affrontare l’umiliazione di essere considerata una bugiarda per non avere prove a proprio favore, infine, non è appagante.

Di cosa avrebbe bisogno la signora Berri per rendere un crimine punibile e accreditabile per la giustizia? Quattro testimoni? Una dichiarazione di colpevolezza da parte dell’assalitore? Dio che appare e fulmina il criminale? Beh, questo non potrà accadere, e proprio per questo molte donne dovranno tornare a sedersi e subire la degradazione in silenzio.

La signora Berri insinua anche che il corpo di una donna appartenga a suo marito e che in caso di violenza il motivo potrebbe essere che il marito preferisca essere “rude” e che la moglie debba rimanere in silenzio a “godersi” la situazione, piuttosto che blaterare della sua dignità, integrità e rispetto. Se un tale attacco è garantito dall’assenza di prove, che speranza c’è per le donne che subiscono violenze morali e psicologiche? Come possono provarlo? Aprendo il petto e mostrando il cuore infranto?

Randa Berri appartiene a quella categoria di libanesi che mi fa vergognare di esserlo io stessa e al contempo a quella categoria di donne che mi fa vergognare di esserlo. Probabilmente trarrebbe una grande lezione dall’avere un dialogo a quattrocchi con una donna violentata, imparerebbe molto sul dolore e sulla mortificazione. Ma purtroppo è troppo impegnata nella sua torre d’avorio, partecipando ad eventi e cerimonie parlando dei diritti delle donne.

Avrei un’idea: dare a lei e a tutte quelle che la pensano come lei meno opportunità di esprimersi in pubblico influenzando gli altri. Potrebbe essere considerato un attacco al suo diritto di libertà di espressione?

Forse. Se solo si riuscisse a provarlo.

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Valerio Masi

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