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La guerra in Yemen ha un obiettivo politico

Di Abdulrahman al-Rashed. Asharq Al-Awsat (28/03/2015). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

La portata dell’interesse regionale e estero per la guerra in Yemen ha superato le aspettative. I governi e le istituzioni internazionali coinvolti hanno espresso francamente la loro opinione e la maggior parte ha annunciato di aver compreso la necessità di proteggere il regime yemenita, esposto a un’operazione distruttiva che avrebbe inevitabilmente causato una guerra civile lunga e pericolosa come accaduto in Siria e Libia.

Durante i negoziati sono state fatte molte concessioni sia agli oppositori sia a coloro che rifiutavano il regime allo scopo di giungere alla riconciliazione. Tuttavia, quando gli oppositori hanno abbracciato le armi, conquistando la capitale e vari governatorati, e hanno tentato di uccidere il presidente Hadi, dopo averlo imprigionato nel palazzo presidenziale e aver posto in detenzione i maggiori esponenti del suo governo, l’unica scelta rimasta era la risposta militare esterna.

L’attacco è comunque iniziato solo dopo aver soddisfatto tutte le condizioni e le giustificazioni legali e dopo la costituzione di una coalizione che esprime la posizione collettiva dei Paesi coinvolti, con la partecipazione anche delle istituzioni regionali come Lega Araba e Organizzazione della Cooperazione Islamica. Ha inoltre ottenuto l’appoggio di Stati Uniti e Gran Bretagna, mentre l’ONU ha riconosciuto la legittimità del Presidente Hadi e il suo diritto di invocare l’intervento dopo che i ribelli lo hanno inseguito fino alla capitale temporanea Aden, minacciando di ucciderlo. C’è anche chi si è opposto all’attacco come l’Iran e Hezbollah, visto il loro legame con i ribelli.

Benché gli aerei bombardassero posizioni precedentemente definite e prendessero di mira le sedi e le forze dei ribelli, la soluzione politica, così come delineata dal rappresentante dell’ONU, non è stata esclusa. L’obiettivo fondamentale non è di liberarsi degli Houthi o degli altri oppositori, ma piuttosto di tutelare lo Yemen, il suo sistema, le istituzioni e le personalità e proteggere il Paese e il popolo dal caos dei combattimenti e della guerra civile.

La campagna militare ha altresì un obiettivo politico: spingere tutte le parti a trovare una soluzione sotto l’egida dell’ONU e secondo quanto concordato dai membri del Consiglio di Sicurezza. I ribelli armati devono capire che il governo transitorio yemenita non ha un potere militare significativo ma è legittimo e c’è una forza militare più grande che lo proteggerà qualora fosse necessario. Il secondo capitolo, dopo la campagna militare, è politico e riguarda il ritorno di tutte le parti al tavolo dei negoziati e la ricerca di una soluzione politica che non escluda nessuno.

Il deposto presidente Saleh e i ribelli Houthi hanno deciso di sfidare il progetto di riconciliazione e hanno usato la forza per sabotare il processo politico e conquistare il potere. Chi conosce il caso yemenita può capire lo sforzo dell’ONU e la necessità dell’Arabia Saudita (lo Stato confinante più grande) e quella degli altri Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo di intervenire militarmente a sostegno della legittimità. Coloro che hanno tentato di dipingere la lotta come una guerra illegittima e senza alcun progetto internazionale, vogliono solo far continuare gli scontri in un Paese che ha scarse risorse ma armi in abbondanza ed è sull’orlo di una guerra civile.

Abdulrahman al-Rashed è ex caporedattore del quotidiano Asharq Al-Awsat e ex direttore generale del canale Al-Arabiya.

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Roberta Papaleo

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