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La “grande fuga” dallo Yemen e il rischio di una guerra confessionale nel Golfo

L’opinione di Al-Quds. Al-Quds al-Arabi (13/02/2015). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

Yemen ambasciata USAMentre le ambasciate a Sana’a chiudono i battenti una dopo l’altra e i diplomatici lasciano in tutta fretta la capitale come se fossero in corsa contro il tempo in quella che assomiglia alla “grande fuga”, sembra che la situazione in Yemen stia rapidamente scivolando verso il peggio.

L’incapacità della comunità internazionale si palesa nei moniti che il segretario generale dell’ONU ha rivolto giovedì al Consiglio di Sicurezza, dicendo che lo Yemen “sta collassando sotto i nostri occhi” e ha invitato ad adoperarsi per impedire che il Paese precipiti nel caos. Tuttavia, non ha proposto un piano preciso, ad eccezione della missione, ormai impantanatasi, del suo inviato speciale, cui alcuni attribuiscono una parte di responsabilità per questo disastro.

L’Arabia Saudita venerdì ha annunciato la sospensione dei lavori della propria ambasciata e ha evacuato i diplomatici a causa del “deteriorarsi delle condizioni politiche e di sicurezza a Sana’a”, un gesto simbolico alla luce dell’importanza strategica che riveste lo Yemen per il regno saudita. Quest’ultimo, come gli altri Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha condannato quello che ha definito un “colpo di Stato”, quando una settimana fa gli Houthi hanno annunciato lo scioglimento del parlamento e la formazione di un consiglio con potere esecutivo.

Secondo un rapporto di Associated Press, l’Arabia Saudita si sta concentrando sul “sostegno militare e finanziario alle tribù, preparandosi a uno scontro con gli Houthi”, nel tentativo di salvare la sua influenza in un Paese che si sta disintegrando e costituisce una grave minaccia per la sicurezza nazionale. Secondo il rapporto, l’Egitto ha preparato una forza speciale di intervento rapido, tenendo conto della possibile chiusura dello Stretto di Bab al-Mandeb da parte degli Houthi. Tuttavia, si nutrono dei dubbi sul fatto che gli Houthi, mossi dall’Iran, possano prendere una simile folle decisione, soprattutto perché Teheran sembra voler accelerare l’avvicinamento al Cairo attraverso un asse regionale sponsorizzato dall’orso russo. Inoltre, la chiusura dello Stretto sarebbe sufficiente a inimicarsi decine di Paesi il cui commercio passa per il Mar Rosso, il che potrebbe provocare un intervento militare internazionale, su cui gli Houthi non avrebbero alcun potere.

Quanto ai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, non hanno proposto un piano alternativo alla loro iniziativa, andata ormai in fumo, che forse ha contribuito a questa tragedia svuotando la rivoluzione yemenita del suo contenuto e permettendo all’ex presidente di restare sulla scena politica, salvo sorprendersi oggi che risorga dalle ceneri e risponda sostenendo un golpe che minaccia di spingere il Golfo verso una guerra confessionale. Perciò non possiamo escludere che gli Houthi rispondano al sostegno fornito dall’Arabia Saudita alle tribù fomentando le agitazioni lungo i confini e tentando di mobilitare la minoranza sciita nella regione orientale.

Con questo cupo scenario, sembra che aumenti il bisogno di rivisitare la possibilità di giungere a un “accordo regionale di ampio respiro” che spenga la miccia a molte crisi esplosive, sebbene ciò sembri praticamente improbabile alla luce di dati estremamente complicati sia in Yemen che nella regione.

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Roberta Papaleo

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