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La fobia della parola “ebreo” tra i censori egiziani

Zaoud-el-Mara, Quartieri ebraici, Alessandria d'Egitto
Zaoud-el-Mara, Quartieri ebraici, Alessandria d’Egitto

Al-Arabiya, Daily Star Lb (26/03/2013). Si intitola ‘an Yahūd Misr, “Sugli ebrei dell’Egitto”: sarebbe proprio la parola ‘yahūd’ (ebreo) ad aver causato le perplessità dell’ufficio egiziano per la censura circa l’approvare la circolazione del film nelle sale.

“La parola ‘yahūd’ (ebreo) pronunciata in Egitto causa ancora paranoia”: lo ha detto il regista del film Amir Ramses. Parlando ad Al-Arabiya sabato scorso il regista ha detto che “ogniqualvolta si dice qualcosa circa un ebreo egiziano, la sicurezza nazionale (egiziana) deve mettersi in mezzo”, aggiungendo poi che la sua produzione aveva cercato all’inizio di rompere ideologie simili esplorando la vita della comunità ebraica d’Egitto prima della seconda guerra arabo-israeliana del 1956. Per Ramses “l’egiziano medio non fa alcuna differenza tra le parole yahūd (ebreo), isrā’iliyy (israeliano) e ṣahyuniyy (sionista)” ed il regista trova quest’aspetto “una prospettiva offensiva, così come è offensivo considerare un musulmano responsabile delle azioni dei talebani”. Col suo film Ramses spera di “correggere quest’immagine del Giudaismo”, e al contempo mostrare come migliaia di “ebrei, cristiani, musulmani, italiani e greci hanno vissuto insieme senza fobie”.

Domani 27 marzo ‘an Yahūd Misr (Jews of Egypt) sarà proiettato in tre sale cinematografiche, due del Cairo e una di Alessandria. Il film mostra com’è cambiato l’atteggiamento della società egiziana verso la minoranza ebraica nella prima metà del XX secolo. Gran parte degli ebrei lasciò l’Egitto per via degli attacchi alla propria comunità, soprattutto dopo la guerra del 1956, quando Israele invase l’Egitto appoggiata da Gran Bretagna e Francia che tentavano di riconquistare il controllo del canale di Suez.

Inizialmente approvato lo scorso anno, la licenza per il film era scaduta ad ottobre. L’uomo a capo dell’ufficio per la censura, Abdel Sattar Fathy, ha detto che si era imbattutto in una nota della sicurezza secondo cui il film non era adatto “a proiezioni pubbliche in quanto documentario”. Il 12 marzo poi, in una intervista col quotidiano egiziano Al-Ahram, Fathy disse di aver seguito direttive dell’apparato di sicurezza: “Mi dissero che il nome del film avrebbe potuto causare forti dubbi rispetto alla situazione generale del Paese”. Per Ramses “non era chiara la ragione per cui il film fosse stato vietato, non è stato un atto legale, l’ufficio per la censura non ha alcun diritto di cooperare con la sicurezza nazionale, è avvenuto tutto in segreto”. Per giustificare le proprie remore, funzionari della sicurezza citarono le polemiche suscitate l’anno scorso dopo i commenti di Essam el-Erian, vice-leader del partito di Libertà e Giustizia legato alla Fratellanza Musulmana, che invitò gli ebrei di discendenza egiziana a tornare in Egitto da Israele.

fonte I

fonte II


Claudia Avolio

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