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La diffusione del wahhabismo

Di Chedly Mamoghli. Al Huffington Post Maghreb (14/01/2015). Traduzione e sintesi di Ismahan Hassen.

Al-Qaeda, Daish (conosciuto in Occidente come ISIS), AQMI (al-Qaeda nel Maghreb Islamico), AQPA (al-Qaeda nella Penisola Arabica), gli Shebab in Somalia, Boko Haram e via di seguito basano la loro ideologia fondamentalista e distruttiva sul wahhabismo.

Il wahhabismo altro non è che un movimento religioso, fondato da Ibn Mohamed Abdel Wahab nel XVIII secolo, e basato sulla dottrina hanbalita. La dottrina hanbalita, a sua volta, altro non è che una dei quattro madhāhib (scuole religiose di pensiero) dell’islam sunnita e la più rigorosa di esse, nata in  reazione alla diffusione della dottrina mu’tazilita.

Sebbene il proselitismo wahhabita abbia cercato per secoli di diffondersi al di là della penisola arabica in cui ha avuto origine, molti sono stati i Paesi che lo hanno apertamente rigettato. Tuttavia, dalla prima guerra in Afghanistan (dicembre 1979-febbraio 1989) ad oggi, i movimenti terroristici d’ispirazione wahhabita sono diventati più potenti e minacciosi, in tutti e quattro gli angoli del globo. Il wahhabismo oggi non è più una minoranza marginale come in passato, ma possiede enormi risorse finanziarie e mezzi che permettono di assicurare la sua diffusione in tutto il mondo.

I movimenti terroristici d’ispirazione wahhabita che hanno colpito New York, Londra, Madrid e  Nairobi, scuotono però anche il mondo arabo. L’Iraq, la Siria, la Libia sono infatti Paesi devastati e immersi nel caos.

Mentre si sollecita la comunità internazionale a reagire nel più breve tempo possibile, per tornare a spiegare le origini del wahhabismo, bisogna tornare ad alcuni eventi della storia contemporanea del nostro mondo. In termini di wahhabizzazione degli spiriti, l’esempio del Pakistan è esemplare e istruttivo. In questo paese, soprattutto a nord, nelle zone di confine con l’Afghanistan, le madāris  che forniscono istruzione religiosa esistono dal 1947, quando vi fu la fine dell’Impero delle Indie e la sua partizione in due stati, India e  Pakistan. In quegli anni le madāris non erano però molto numerose. Il loro numero è poi aumentato vertiginosamente sotto la dittatura del generale Muhammad Zia-ul-Haq, colui che ha rovesciato il presidente Zulfikar Ali Bhutto, fondatore della dinastia politica omonima e padre di Benazir, e che ha istituzionalizzato la shari’a nella sua forma più rigida. In questo contesto, l’Arabia Saudita ha colto l’occasione per espandere il wahhabismo, finanziando le madrasat e contribuendo in tal modo alla loro proliferazione.

Con l’avvento della prima guerra afghana però, e con l’”Operazione Ciclone” iniziata da Jimmy Carter e da Zbigniew Brzezinski, si è avuto un profondo sconvolgimento. Le madāris talebane nella zona tribale tra Pakistan e Afghanistan, allora si mobilitarono  e armarono per contrastare l’offensiva sovietica in Afghanistan, come fecero i mujahideen.  Alla loro testa, all’epoca, c’era un certo Osama bin Laden, incaricato dai servizi sauditi, gestiti dall’allora principe Turki al-Faisal, di organizzare le fila dei combattenti.

Il loro armamento è stato così finanziato dai servizi sauditi e la loro formazione seguita dalla CIA in Pakistan. La guerra durò dieci anni e fu seguita dalla seconda guerra in Afghanistan, la guerra civile tra il governo comunista di Najibullah e i talebani da cui fu crudelmente assassinato nel 1996.

Ad oggi, la presenza del Islam wahhabita in Pakistan persiste, è ancora molto forte e continua a colpire la popolazione locale. Solo il 16 dicembre scorso infatti, l’attacco dei talebani contro una scuola in Pashawar, ha causato 141 morti, tra cui 132 bambini.

Chedly Mamoghli è studente di Diritto Pubblico presso la Facoltà di Scienze Giuridiche, Politiche e Sociali dell’Università di Cartagine. Si interessa di affari nazionali e relazioni internazionali.

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Roberta Papaleo

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