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La differenza tra la rivoluzione e il colpo di Stato di Egitto e Yemen

Di Abdul Wahab al-Effendi. Middle East Monitor (20/01/2015). Traduzione e sintesi di Ismahan Hassen.

Mentre ci si avvicina al quarto anniversario della Rivoluzione egiziana (25 gennaio 2011), le autorità militari e della sicurezza hanno annunciato, in previsione di una mobilitazione generale, la chiusura di Piazza Tahrir.

Tutta questa paura della memoria della più grande rivoluzione nella storia araba moderna, conferma a chiunque abbia dubbi in proposito, come il governo egiziano e i suoi sostenitori stanno reagendo a ciò che riguarda la rivoluzione che ha cambiato il volto del mondo arabo e l’immagine degli arabi nel mondo. Il movimento Tamarod, che ha affermato di aver condotto quella che è stata chiamata la “Rivoluzione 30 giugno”, ha annunciato che dedicherà la giornata del 25 gennaio ad onorare i martiri della polizia e l’esercito, rivelando il vero volto di coloro che si sono nascosti dietro le maschere.

Nello stesso momento, lo Yemen sta invece assistendo ad un altro della serie di colpi di Stato, messi in scena dalla milizie Houthi, che hanno cominciato a verificarsi dallo scorso settembre. Quello che sta accadendo in Egitto e Yemen fa capo alla domanda circa la differenza che intercorre tra la rivoluzione del 25 gennaio in Egitto, e la rivoluzione dell’11 febbraio in Yemen, entrambe verificatesi nel corso del 2011, e la differenza tra il colpo di Stato egiziano del giugno-luglio 2013 e di quello yemenita del settembre 2014.

Il parallelismo tra queste scene, vuole ricordare quanto grandi e chiare siano le differenze tra le due situazioni, più chiare infatti del sole a mezzogiorno.

Il frutto delle rivoluzioni del 25 gennaio e del febbraio 2011 è stato senza dubbio la liberazione dei popoli, rendendo fiero ogni egiziano, ogni yemenita (e ogni arabo in generale), facendo uscire di prigione le persone innocenti e mettendovi al loro posto criminali e tiranni. In questo senso, le rivoluzioni hanno indubbiamente ridato dignità alla gente, assieme ad una buona dose di orgoglio identitario, di libertà illimitata nella formazione dei partiti politici, di libertà di stampa e di associazione. Oltre a ciò, col fatto che poi tutte le nazioni del mondo hanno reso omaggio al popolo tunisino, egiziano, yemenita e siriano, gli arabi non si sono più visti come semplice oggetto del sarcasmo e della pietà nel mondo, ma molto di più (basti pensare che  molti movimenti occidentali, come ad esempio il movimento Occupy Wall Street, sono stati ispirati dalle rivoluzioni arabe).

Tuttavia, quanto è accaduto dopo la “Rivoluzione del 30 giugno” in Egitto e la “Rivoluzione del 21 settembre” in Yemen, è stato tutto un disastro. In entrambi i casi infatti, i malfattori hanno dominato, le bocche libere sono state imbavagliate e gli individui giusti sono stati umiliati, mentre i criminali sono stati premiati.

In Egitto, i rivoluzionari del 25 gennaio sono stati imprigionati, esiliati, o colpiti dal divieto di poter lasciare il Paese; la magistratura egiziana si umilia e degrada continuamente, dando ai suoi processi verste di la tragi-commedia farsesca;  i media egiziani poi si sono trasformati in un incrocio tra un circo e una fattoria degli animali.

In Yemen, le case dei leaders della rivoluzione sono state attaccate e distrutte, i diritti sono stati violati, i media sono stati oppressi e addirittura chiusi, mentre le figure corrotte della dittatura hanno avuto la meglio.

In entrambi i Paesi, insomma, mentre durante il periodo delle vere e proprie rivoluzioni, non vi sono stati prigionieri politici o individui rapiti, né sono esistite restrizioni di opinioni, dopo le “rivoluzioni”, le prigioni si sono riempite e la paura e instabilità hanno prevalso.

Abdul Wahab al-Effendi è titolare dei corsi di studio di Democrazia e Islam e Islam e modernità presso l’Università di Westminster.

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Roberta Papaleo

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