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La crisi in Egitto continuerà?

Zoom 18 lug Egitto

Di Abdul Rahman al-Rashed. Alsharq al-Awsat (18/07/2013). Traduzione di Roberta Papaleo. Quanto ci vorrà prima che gli egiziani lascino le piazze del Cairo e si muovano verso una struttura politica stabile?

Potrebbe accadere in qualsiasi momento, dai tre mesi ai tre anni. Tutto è possibile, mentre le divisioni crescono sempre più. Il nuovo potere egiziano – formato dal governo, i partiti politici che lo sostengono e l’esercito – probabilmente si ritroverà a compiere gli stessi errori commessi dalla Fratellanza nel suo anno di governance.

Preoccuparsi delle dispute e delle differenze –  invece di occuparsi dei cittadini egiziani in crisi e sistemare la triste situazione – è ciò che ha spinto la gente a ribellarsi. Se l’ex presidente Morsi avesse ottenuto risultati concreti e influenti nel corso del suo mandato, i suoi oppositori non avrebbero trovato abbastanza persone per riempire una sola strada in segno di protesta contro il governo.

Ora che sono all’opposizione, i sostenitori della Fratellanza mireranno a ostacolare gli interessi pubblici, distrarre il governo ad interim dall’eseguire i suoi doveri e incitare le masse contro il gabinetto fino ad una nuova rivoluzione. Va inoltre ricordato che le attuali condizioni di vita di molti egiziani sono peggiori rispetto a due anni fa, quando è scoppiata la prima rivolta.

I capitalisti sono andati all’estero, gli investimenti stranieri si sono bloccati e tutto l’aiuto esterno che è stato offerto ci mette molto ad arrivare. Quando poi arriva, ci mette anche di più – a volte un anno o due – per concretizzarsi in cibo e posti di lavoro.

Il sostegno urgente mandato in Egitto all’indomani della seconda rivoluzione è, infatti, minore rispetto a quello ricevuto dal governo Morsi. La differenza è che gran parte dei vecchi aiuti arriveranno sotto forma di aiuti materiali, come i derivati del petrolio. Circa 12 miliardi di dollari sono stati impegnati – molto meno che i 20 miliardi forniti lo scorso anno, di cui 8 elargiti dal Qatar. Il Qatar aveva promesso il doppio della somma per degli investimenti a Suez, ma il denaro non è ancora stato ricevuto. Erano inoltre previsti pacchetti di aiuti dall’Arabia Saudita, dalla Turchia e dall’Europa, per il valore di 6 miliardi. Tuttavia, questi aiuti non sono riusciti a salvare il governo Morsi. Oltre alla carenza di benzina e diesel, il valore della sterlina egiziana è diminuito ed il presso dei prodotti alimentari aumentato.

In un momento in cui la gente è ancora impegnata ad occupare le piazze del Paese, l’opzione migliore è quella di accelerare il processo elettorale e formare un governo tecnocratico la cui sola preoccupazione sia quella di salvare l’Egitto dalla crisi che sta affrontando. La missione della Fratellanza all’opposizione è molto semplice: tutto quello che deve fare è protestare ogni giorno ed accusare il governo di negligenza, spingendo gli egiziani a scendere in strada ancora una volta e rovesciare il terzo presidente.

Solo quando gli emendamenti costituzionali saranno completati, quando verranno tenute le elezioni ed un nuovo presidente ed un nuovo parlamento verranno scelti, allora si potrà dire che l’Egitto è sulla buona strada. Per ora, tutto ciò che si può dire è che l’Egitto sta lottando per ottenere un sistema di governo che venga riconosciuto dalla comunità internazionale e da coloro che sostengono la Fratellanza, come la Turchia.

A prescindere dalla loro diffidenza nei confronti del processo elettorale, la Fratellanza non può accusare un governo eletto di tradimento – specialmente se i comitati elettorali garantiscono completa trasparenza e permettono a osservatori internazionali di monitorare il processo. Non importa ciò che la Fratellanza o altri partiti sconfitti possano dire, perché il mondo riconoscerà la scelta dell’intera popolazione, non le proteste nelle piazze del Cairo.

Link all’articolo: http://www.aawsat.net/2013/07/article55310096

Roberta Papaleo

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