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La copertura non professionale del “coup” (egiziano)

bbc, egypt crisisdi Sara Abou Bakr (Daily News Egypt 07/07/2013). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Un coup d’etat (colpo di Stato), come si legge sull’Oxford English Dictionary, è “un’improvvisa, violenta ed illegale presa del potere di un governo”. Secondo i media occidentali, è quanto accaduto in Egitto il 3 luglio. Tutto è bianco o nero per questi media che hanno deciso di etichettarlo un “coup”, non curandosi di ciò che molti egiziani pensano sia successo. I media americani in particolare sembrano aver stabilito di conoscere la situazione meglio di milioni di manifestanti anti-Morsi scesi pacificamente per le strade chiedendone la rimozione.

La CNN ha etichettato gli eventi come “coup militare”. I suoi report hanno fatto infuriare molti egiziani, che hanno creduto fossero rappresentativi della posizione dell’amministrazione Obama, la quale appoggia la Fratellanza Musulmana. Christiane Amanpour ha deciso di dire la sua: “Se è provato e vero che stanno correndo da una parte all’altra dando mandati d’arresto, attaccando e chiudendo vari media, sembra si possa chiamare soltanto un coup. Come mi ha detto un analista: Non importa come lo chiami, è arbitrato dall’esercito, è l’esercito il responsabile”. Signora Amanpour, il mio cuore da adolescente invaghita del giornalismo che si innamorò della sua copertura della guerra in Bosnia è andato in pezzi.

cnn, coup egittoQuesto non è fare giornalismo, è coprire i fatti con le opinioni. Come si è sentita quando ha visto la Guida Suprema della Fratellanza Musulmana tenere il suo discorso venerdì da Nasr City, incitando al bagno di sangue? Non mi pare sia stato arrestato. Qualcuno della sua squadra non le ha detto che i mandati d’arresto sono il risultato di denunce formali sporte mesi fa contro tutti i leader della Fratellanza da parte di gente che ha perso famigliari a Moqattam? E negli scontri al palazzo presidenziale dove civili disarmati sono stati uccisi, ma i cui casi sono rimasti in sospeso per via del procuratore generale pro-Fratellanza Talaat Abdullah? Immagino di no. Alcuni giovani egiziani stanno seguendo una petizione chiamata “CNN, vergognati!” che ha già raccolto 32 mila firme. Un non plus ultra di democrazia!

La CNN ha un po’ modificato la sua copertura due giorni fa con un’intervista a Mohamed ElBaradei, ma il danno ormai era fatto. The Economist se ne è uscito con un titolo ancora più colorito, postato con orgoglio sul loro account Twitter, “La Tragedia dell’Egitto”. Sembra che nessuno del suo team sia stato informato del fatto che milioni di egiziani hanno festeggiato tutta la notte. O forse lo sapevano, ma hanno deciso che invece di darne notizia, fosse nel miglior interesse di molti egiziani sentirsi dire cosa provare. Giornalismo con torsione!

Il TIME ha prediletto la molto discussa parola “coup” e sembra che l’Egitto stia anche “sfaldandosi”. Egiziani, segnatevi questo termine assai rilevante, perché pare che ci stiamo proprio “sfaldando”. Il 4 luglio la NPR ha già iniziato a parlare di Egitto “post-coup”: perciò gli egiziani stanno vivendo in una fase di post-coup, solo che ancora non lo sanno. Jason Linkins (The Huffington Post) ha dato uno schiaffo morale a David Brooks (New York Times), scrivendo: “…Giunge [il soggetto è Brooks] a una conclusione alquanto allarmante e denigratoria: agli egiziani mancano le fondamentali capacità intellettuali per avere una democrazia, quando [sempre Brooks] dice che Non è che gli egiziani non abbiano una ricetta per una transizione democratica. Pare che a loro manchino proprio gli ingredienti mentali di base”. Linkins continua dicendo che un’osservazione non ha valore, e cita poi Max Read “Sarà il caso di notare che dopo aver rifiutato la monarchia agli Stati Uniti servirono 13 anni per mettere su una stabile forma costituzionale di governo?”.

Mentre molti media americani annaspavano, la Reuters e la BBC sono riuscite a camminare con successo lungo la sottile corda del corretto modo di dare le notizie. Usando parole come “ouster” (destituzione) per descrivere quanto accaduto. Hanno dato conto dei diversi punti di vista di chi era a sostegno della destituzione e di chi invece ne era arrabbiato. Hanno chiamato l’accaduto “una crisi” a volte e descritto il giubilo e la rabbia. La Reuters ha perfino stuzzicato il nostro tipico humour col titolo “Destituito dal suo posto, Morsi trova che lui e l’Egitto don’t mix – riferendosi a una frase molto famosa di Morsi di quando disse che “gas e alcohol don’t mix“.

Il punto non è essere a favore o contro la sua destituzione. Ciò che conta è che, come giornalisti, il nostro lavoro è quello di fornire le notizie e scavare a fondo per trovare tutte le informazioni rilevanti. Altrimenti qual è la differenza tra giornalismo e pagine gialle? Quanto accaduto il 3 luglio – quando il ministro della Difesa Abdel Fatah al-Sisi ha letto la sua nota di destituzione di Morsi – ha uno sfondo di eventi assai complesso che molti media occidentali hanno scelto di ignorare.

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Claudia Avolio

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