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La controrivoluzione araba e il mito dell’assolutismo islamista

Di Bashir Musa’ Nafi’. Al-Quds al-Arabi (26/11/2014). Traduzione e sintesi di Lorenzo P. Salvati.

Fin dal suo insediamento nel giugno 2012, l’ex presidente egiziano Muhammad Morsi è stato ostacolato da varie forze politiche che hanno cercato in tutti i modi di far cadere il suo governo. Ripercorriamo le principali tappe di questa vicenda, che ha preso il nome di controrivoluzione araba.

Al primo turno delle elezioni presidenziali le correnti liberali, laiche e nazionaliste hanno goduto dell’appoggio del vecchio regime, che sperava di portare almeno un candidato al secondo turno. Con l’evidenza di una lotta a due, i partiti hanno scelto di appoggiare Ahmed Shafiq, considerato da molti un retaggio del passato, un tradimento dei principi rivoluzionari. Tuttavia, la sensazione prevalente in questi ambienti era che la salita al potere di Morsi costituisse un pericolo. Una elettorato consolidato e l’attivismo dei Fratelli Musulmani avrebbero fatto di lui un presidente forte, difficile da spodestare. Con la vittoria di Morsi, è iniziata la vera opposizione all’azione di governo.

Dopo il decreto costituzionale di novembre 2012 (che conferiva a Morsi poteri assoluti, ndt), le opposizioni si sono unite nel Fronte di Salvezza Nazionale (FSN), che ha avanzato da subito la richiesta di elezioni anticipate. Il gruppo ha abbracciato le rivendicazioni del blocco insurrezionalista e i leader della liberazione hanno intrecciato legami sospetti con alcuni organi dello Stato, non disposti ad accettare l’ingerenza del presidente nei propri settori di influenza, tra cui l’esercito e le forze dell’ordine. L’insediamento del governo Morsi coincideva con l’inizio della sua fine. I detrattori del capo di Stato hanno tacciato Morsi e i Fratelli Musulmani di assolutismo, malgrado il governo non abbia mai cercato di controllare l’Egitto e di creare uno stato totalitario, come hanno dimostrato i fatti successivi alla sua deposizione.

Morsi ha impersonato varie figure: tecnocrate, figlio della nazione, capo di governo. La sua squadra era composta da tecnici, burocrati e uomini di Stato. Solo una manciata di ministri proveniva da ambienti politici legati alla Fratellanza. Il governo non ha mai cercato modificare la tradizionale architettura dello Stato, limitando le nomine di assistenti e consiglieri e mantenendo intatta la prassi di lasciare gli incarichi agli eletti. Caduto il governo, solo una parte dell’entourage presidenziale ha dovuto abbandonare il proprio incarico. Quasi nessuno è stato costretto a lasciare il Paese, poiché né Morsi né i suoi ministri hanno occupato posizioni chiave con i loro uomini. Ciononostante le forze in campo si sono rifiutate di collaborare con il presidente, fatta eccezione per il Partito di Centro. Pochi mesi prima della sua deposizione, Morsi aveva già assegnato al liberale Ayman Nur l’incarico di formare un nuovo governo, salvo poi ritornare sui suoi passi a fronte del no categorico proveniente dai vertici del FSN.

Anche per il movimento tunisino Ennahda si è parlato erroneamente di assolutismo nell’esercizio del potere. Durante il periodo di transizione tunisino è stato istituito un governo di transizione, con al vertice i leader dei principali partiti del Paese, tra cui il Congresso per la Repubblica (CPR) e il Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà (FDLL). Come nel caso egiziano, il governo di coalizione tunisino era composto in parte da burocrati e tecnocrati, i quali si sono astenuti dal modificare l’architettura istituzionale del Paese e hanno dato prova di un comportamento virtuoso nella gestione dello Stato, fatta eccezione per pochi casi isolati di corruzione. Ma il fatto sorprendente è che il partito Ennahda, nonostante la maggioranza schiacciante in Assemblea Costituente, ha scelto di devolvere una parte del potere all’opposizione, scongiurando il rischio di una crisi di governo che avrebbe fatto precipitare la Tunisia nel caos. Malgrado il suo enorme peso parlamentare, il principale partito tunisino ha accolto le richieste degli avversari accettando di raggiungere un compromesso sulla costituzione.

Il processo di trasformazione e rinnovamento avviato dalle rivoluzioni di Tunisia e Egitto è stato accompagnato da un importante crescita elettorale delle forze politiche islamiste. Ma la classe parlamentare dei due Paesi appartiene al vecchio sistema e si oppone fortemente all’islam politico. Questo trend è sostenuto da vari settori dello Stato che hanno dichiarato guerra agli islamisti e ai loro alleati. In questo scontro è stato adottato ogni mezzo immaginabile, ai limiti della legalità e della moralità. L’accusa di assolutismo non è sempre sinonimo di una realtà attuale, ma frutto di una strategia efficace e ben precisa, che sta producendo dei risultati.

Dopo due anni di guerre e sconvolgimenti, nei Paesi della primavera araba riemerge una tendenza anti-islamista. Tra i settori del vecchio regime arabo, in particolare tra le classi vicine al potere presidenziale, l’idea di un islam politico è accompagnata da un certo grado di scetticismo, in parte mutuato dal pensiero comune. In questi ambienti non esiste il concetto di democrazia consensuale che apre alla partecipazione politica di tutte le correnti politiche, anche quelle estranee al tradizionale sistema di governance dominante nella regione araba. Fintanto che la rivoluzione araba non segnerà una loro definitiva sconfitta, queste forze reazionarie continueranno ad operare per estendere il loro controllo sui governi e sugli attori della scena politica, contando su potenti alleati esterni ed interni.

Nello spirito di queste forze vi è la sensazione che lo stato arabo moderno sia il loro Stato, e che la gestione totalitaria della cosa pubblica un diritto inalienabile che gli appartiene. Poiché solo loro pretendono di conoscere la lingua e il funzionamento dello Stato, come un corpo sacerdozio che custodisce e tramanda i segreti del suo tempio.

La propaganda sul totalitarismo islamista ha condotto alla trasformazione del movimento rivoluzionario in guerra civile araba. Le nuove forze politiche islamiste, la cui ascesa politica è stata favorita dal vento rivoluzionario, sono chiamate a combattere una lunga battaglia per rivendicare il diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla libera scelta dei rappresentanti dello Stato. Pena la marginalizzazione e l’esclusione dalla scena politica.

Bashir Musa’ Nafi’ è un ricercatore di storia contemporanea e scrive per Al-Quds al-Arabi.

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Roberta Papaleo

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