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“La Casa della Mouneh”, dove donne siriane, irachene e libanesi imparano a convivere

Di Melissa Tabeek. Al-Monitor (07/01/2015). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

In copertina alcune donne della Casa della Mouneh fotografate da Melissa Tabeek

All’interno di una casa in pietra a due piani di Falougha, villaggio nel nord del Libano, c’è una cucina che in genere è piena di donne che preparano conserve di frutta e verdure. Questa speciale cucina, chiamata “La Casa della Mouneh“, è nata da un progetto creato dalla campagna cittadina Lebanese for Refugees finanziato dall’ambasciata degli Stati Uniti per creare dei ponti tra i libanesi e i rifugiati nel Paese. “Mouneh”, parola araba che significa “conservare (il cibo)” è proprio la tradizione di conservare verdure, frutta, fiori, erbe ed altro in dei barattoli. Questo gruppo di donne libanesi, irachene e siriane che all’inizio non si conoscevano si sono messe insieme per rendere la tradizione della mouneh una consuetudine che le fa sentire ora come una famiglia.

La fondatrice di Lebanese for Refugees, Carol Malouf, che ha visto montare le tensioni tra cittadini libanesi e rifugiati, cercava un modo per avvicinare comunità ospitanti e persone sfollate. “Ho pensato che il miglior modo fosse creare progetti congiunti per uno sviluppo sostenibile che rafforzasse le donne in modo da aiutare l’economia locale, acquistando dai coltivatori, trovando un impiego sia per i libanesi che per i rifugiati. In termini sociologici, questo crea un legame tra le persone, e quando le donne vanno a casa parlano delle altre donne in termini positivi. Così stiamo proprio cambiando il tipo di conversazione nella società locale”, dice la donna.

“La Casa della Mouneh” è nata a novembre scorso al ristorante Zahr el-Laymoun, in cui Carol Malouf ha presentato il lavoro di Lebanese for Refugees. Ogni donna racconta una storia diversa rispetto a come è entrata a farne parte. Dunia Hajj, un tempo proprietaria di un panificio a Beirut, si è ritrovata a dover pagare un affitto troppo alto per il negozio e così si è spostata a Falougha. Qui ha imparato molto dalle altre donne, anche a fare le salamoie alla irachena: con più spezie ed aglio. “Il tempo passa in fretta, ci raccontiamo storie, condividiamo tutto”, racconta.

Fatima Hamdou, siriana di Aleppo, è in Libano da un anno. Suo marito è morto e ora lei si occupa dei loro due bambini di 7 e 9 anni. “Ora posso offrire ai miei figli delle piccole cose, che è meglio di niente. Sto crescendo i miei ragazzi con questi soldi”, afferma . Afrah Zouher, irachena, è stata costretta a lasciare Mosul quattro mesi fa, all’arrivo dei jihadisti. Insegnante per 20 anni, si è lasciata alle spalle tutto tranne suo marito e i loro 4 bambini, è giunta a Falougha in cerca di un futuro. “Sentivamo che non c’era speranza né domani in Iraq, siamo venuti in Libano come rifugiati. Mi serviva un lavoro, siamo una grande famiglia. Volevo prendermi cura dei miei cari”, ricorda.

La più piccola del gruppo, Amani Hatoum, raggiunge le altre con la madre Samar ogni volta che ha un giorno libero dall’università. Sedendo tra le altre donne, dice: “Credo che ogni ragazza dovrebbe sapere come si prepara la mouneh. Mi piace venire qui quando posso, ci sentiamo come una famiglia”. Shams Sheikh, siriana di Raqqa, è in Libano da circa un anno e dice che lavorare in questa cucina la risolleva in ogni senso: fisicamente, economicamente e mentalmente. “Per via delle guerre, siamo in uno stato depressivo e il nostro umore viene alterato. Qui ci sono più persone, una cultura diversa, ed è grandioso conoscere meglio i libanesi”.

Qualunque cosa accada, Dunia Hajj è convinta che questo progetto non si limiterà alle conserve. “Avere tolleranza è un comportamento innato. Se metti insieme delle persone in questo modo, se puoi farle incontrare, puoi evitare gli scontri”.

Melissa Tabeek è una giornalista free-lance attualmente residente a Beirut e si occupa di politica, cultura e questioni sociali del Medio Oriente.

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Claudia Avolio

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