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La battaglia di Hodeida: preludio all’isolamento del Qatar

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Che cosa nasconde l’attacco alla città di Hodeida per mano della coalizione saudita-emiratina.

Di Saeed al-Shehabi, al-Quds al-Arabi (18/06/2018)

Traduzione e sintesi di Erika Marcheggiani.

Nonostante le pressioni internazionali sulla coalizione guidata dai sauditi – che comprende Emirati Arabi, Bahrain e altri paesi – per evitare di colpire la città yemenita di Hodeida, Riyad e Abu Dhabi vanno avanti con l’occupazione. I civili – in particolare donne e bambini – che sono fuggiti a migliaia, sembrano essere diventati il principale bersaglio da tre anni a questa parte.

Colpire la città di Hodeida – zona portuale finora rimasta fuori dal controllo della coalizione – è stata una decisone degli Emirati Arabi, per mantenere l’egemonia sulle rotte di navigazione verso Israele, ma l’unica certezza è che saranno i civili a pagarne il prezzo più alto. Le organizzazioni internazionali per i diritti umani e quelle umanitarie hanno fatto pressione sull’ONU per impedire l’attacco, avvertendo del disastro umanitario che ne potrebbe conseguire. La risposta è arrivata direttamente dall’Arabia Saudita e dagli Emirati che hanno proposto un ‘piano di aiuti’ per la città dopo la sua distruzione: un approccio piuttosto ingannevole, visto la guerra che stanno portando avanti. L’Arabia Saudita, che conduce un’alleanza contro lo Yemen, il Qatar e la Libia, crede di aver ampliato la sua egemonia politica, ritenendo di essere riuscita a portare il Presidente degli Stati Uniti dalla sua parte. Ma sono i fatti a confutare questa sensazione: la tristezza dei sauditi dopo la sconfitta contro la Russia per cinque reti a zero qualche giorno fa, non è dipesa solo da una disfatta calcistica, quanto dalla presa di coscienza che i sauditi sono profondamente odiati dagli arabi. E ci si chiede il perché. Sicuramente, le sue politiche regionali stanno mettendo a rischio la coalizione con gli Emirati, al momento suo principale alleato. Ci sarà un duro scontro in Yemen, sulla questione qatariota, in Libia e persino in Egitto, per motivi legati all’equilibrio dell’Occidente che, al momento, finge di ignorare la politica espansionistica dell’alleanza. Oltre alle crescenti voci contro un avvicinamento tra l’Occidente e l’Arabia Saudita e il silenzio sul continuo deterioramento nell’ambito dei diritti umani nella Penisola e negli Emirati, c’è un’opinione generale secondo cui alcune politiche interne saudite sarebbero difficili da riformare, soprattutto con l’intensificarsi degli arresti di numerosi attivisti per i diritti umani e i vari impedimenti alle attività femminili. Senza dimenticare il duro colpo inferto all’istituzione religiosa saudita – massimo alleato del Regno – attraverso le politiche recentemente attuate dal principe ereditario.

Da che base giuridica si parte per intervenire negli affari di altri paesi con approcci considerati da molti ‘bullismo politico’? Addirittura sembra che l’alleanza saudita-emiratina sia stata finora in grado di imporre il suo programma alla coalizione anglo-americana, ma le cose stanno per cambiare. Gli occidentali, almeno apparentemente, si sono opposti all’attuale attacco della città e sembra che Washington abbia rifiutato di fornire un supporto agli Emirati per bonificare la regione dalle mine gettate dagli Yemeniti, mentre pare che la Francia abbia accettato di buon grado, mostrando il suo interesse per la zona. Tra i liberali francesi circola malcontento proprio a causa delle politiche del Presidente Macron che hanno virato a destra. E appare chiaro che anche le politiche degli Emirati Arabi sono cambiate dopo l’assassinio del palestinese Mahmoud al-Mabhouh nel 2010 per mano degli Israeliani che hanno iniziato a temere l’ascesa di correnti politiche islamiste indipendenti, dopo lo scoppio della Primavera Araba. In questo contesto ha preso forma l’asse che include Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e Bahrain, in aggiunta all’entità israeliana, per affrontare tanto i movimenti arabi popolari, quanto le correnti dell’Islam politico, rappresentate dall’Iran e, in misura minore, dal Sudan, da gruppi jihadisti come Hezbollah, Hamas e gruppi politici come la Fratellanza Musulmana e il Partito Dawa. Gli Emirati Arabi stanno guidando questo progetto, col sostegno occidentale, di Israele e dei petrol-dollari.

La guerra contro lo Yemen, che non da segnali di svolta, è parte della strategia, ma ha provocato una crisi di credibilità e legittimità alla coalizione: l’obiettivo del conflitto era il ripristino del potere di Abd Rabbo Hadi Mansour, dopo che la sua presidenza era stata rovesciata dal gruppo armato Huthi quattro anni fa. Questa iniziativa del Golfo, lanciata nel pieno della primavera araba, aveva lo scopo di assicurare la sopravvivenza del regime nello Yemen, attraverso la sostituzione di Ali Abdullah Saleh con Hadi Mansour, governo legittimato dagli stessi Emirati Arabi Uniti. Mansour Hadi è stato riabilitato per guidare la guerra contro gli Huthi e i loro alleati, diventando però un sottoposto degli Emirati. È certo che la battaglia di Hodeida non sarà facile, avendo coinvolto anche le forze straniere, incluso Israele. Mentre la tensione cresce e le operazioni militari si intensificano, le famiglie yemenite sono sempre più in pericolo, soprattutto perché le operazioni aeree della coalizione colpiscono e uccidono senza eccezioni. Vista la scarsa sicurezza e la frequente violazione dei diritti umani, è necessario sforzarsi per fermare l’attacco – ingiustificato a tutti gli effetti – iniziato pochi giorni fa, altrimenti Hodeida si trasformerà in una città fantasma.

L’unico obiettivo è ottenere una vittoria morale sul Qatar, che rifiuta le politiche espansionistiche dell’alleanza. Gli Emirati Arabi non hanno alcun pretesto per legittimare l’azione bellica in Yemen, guerra ormai considerata uno spartiacque tra le forze che praticano‘bullismo politico’ e quelle che aspirano alla libertà e sovranità statale.

Saeed al-Shehabi è un giornalista e un attivista politico originario del Bahrain.

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