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“Kabul Dreamland Hotel” di Gabriele Maniccia

Dal blog Con altre parole di Beatrice Tauro

gabriele maniccia kabulNon si fermano a guardare, forse perché non c’è niente da vedere; non si fermano a parlare fra loro né si salutano e non danno a vedere che si conoscono, benché in realtà ognuno sa chi è l’altro; non camminano insieme perché ritengono di non aver niente in comune, perché appartengono a più di cinquanta etnie diverse”.

Con queste parole Gabriele Maniccia ben descrive il popolo afghano, osservato e studiato durante la sua permanenza a Kabul, durata poco più di un anno, per motivi di lavoro. Da queste osservazioni è nato il libro di cui ci occupiamo oggi, “Kabul Dreamland Hotel” pubblicato da Exorma Edizioni nel 2012. Si tratta di una raccolta di appunti che Maniccia scrive mentre si trova a Kabul nella sua qualità di cooperante e spaziano dalle descrizioni ambientali, le strade polverose e fangose, le costruzioni sbrindellate da anni di bombardamenti, ma anche le montagne innevate e le verdi vallate, agli aneddoti quotidiani che vive nel contatto con la popolazione locale.

La Kabul nella quale approda Maniccia è ancora segnata da instabilità e insicurezza, sebbene la guerra sia, almeno sulla carta, terminata. Blindati pattugliano le strade e i siti a maggior rischio attentato, una diffusa sensazione di allerta permea costantemente l’aria tutto intorno all’hotel, che appare come unico luogo sicuro anche contro i frequenti attentati che ancora funestano la città.

Ed è una Kabul dove, nonostante la eliminazione dei talebani, molte donne ancora girano avvolte nei famigerati burqa color cinerino. E quando Maniccia chiede al suo amico Soomsur perché le donne indossano ancora il burqa nonostante i talebani non ci siano più la risposta è lapidaria “Perché siamo afghani!”. Di fatto quindi anche in assenza dei temibili talebani il comportamento della gente non si è modificato di molto.

Ma la fine della guerra non ha portato con sé la fine di traffici illeciti che arricchiscono tutti coloro che ancora compravendono armi e articoli vari, come giubbotti antiproiettili, tute antimine e anche kalashnikov, venduti al mercato nero per 800 dollari…trattabili. Lo stesso autore racconta un aneddoto di cui è stato protagonista, quando un pakistano, che si aggirava per i corridoi del Dreamland Hotel, lo avvicina per vendergli la sua mercanzia. Con modi garbati e diplomatici Maniccia evita la trattativa, ma avverte uno strisciante senso di pericolo nel parlare con quell’individuo che però presto lascerà Kabul dopo aver concluso vantaggiosi affari.

Kabul ancora terra di nessuno e di tutti, un crocevia di affari, dove a fianco di casupole devastate dalle bombe sorgono eleganti e raffinate palazzine, dove al bazar trovi frutta e verdura ma, se necessita, anche armi e protezioni antimine. Una città specchio di un paese ancora in fibrillazione, dove la guerra sembra essere la condizione naturale, come non ci fosse alternativa ad essa.

Nessuno in Afghanistan sente a portata di mano una condizione di stabilità, nessuno è in grado di pensare a un benessere durevole. Per la gran parte di questa gente non c’è futuro e l’aspettativa di vita è molto breve… Nuove costruzioni sulle vecchie, genti diverse che si mescolano, l’aspetto incongruo delle strade e dei caseggiati: nessuna fotografia potrebbe rendere efficacemente ciò che è. Questo è un luogo del quale nessuno può dire come è veramente, se non viene vissuto. E anche se vissuto è assai difficile raccontarlo”.


Beatrice Tauro

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