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Joumana Haddad: archetipi superati, tabù infranti ed immagini multiple di donne possibili

Joumana Haddad

“Shahrazad è semplicemente una ragazza carina con una grande fantasia e una buona capacità di scendere a compromessi. Le cose dovevano essere messe nella giusta prospettiva. E così l’ho uccisa. Ho ucciso Shahrazad. L’ho strangolata con le mie mani. Qualcuno doveva farlo, finalmente”.

“Ho ucciso Shahrazad” è un libro magico, ammalia e cattura i pensieri fino a che non lo riponi lontano, sotto altri libri, soffocandone l’ardore, spezzandone l’incantesimo e rendendolo, almeno per un attimo, silenzioso ed innocuo.

Se alcuni autori si incontrano per caso e raccontano storie che scorrono leggere, sulla scia di parole sussurrate e lievi come la spuma del mare, Joumana Haddad ti viene a cercare e ti parla a voce alta, ti travolge e ti trascina in un gorgo di riflessioni universali senza lasciarti il tempo di capire cosa sia successo, come sia possibile che dall’interno di una libreria ci si ritrovi su una panchina in mezzo al traffico a leggere, senza mai alzare lo sguardo, senza prestare orecchio ai rumori, a volte allarmanti, della metropoli che abiti ma che non c’è più e che è diventata un’altra.

Tu, sei diventata un’altra.

Sei araba, una donna araba arrabbiata, che combatte le generalizzazioni, i luoghi comuni e le verità incomplete volte ad imporre un solo modello, un unico stereotipo, presentandoti al mondo velata, ignorante e sottomessa.

Sei Lilith, la prima donna, esistita molto prima di Eva, creata dalla terra come Adamo. Lilith, indipendente e libera, che rifiutò di obbedire all’uomo e che, per sua scelta, abbandonò il paradiso. “Lilith, la donna ribelle di cui Eva, creata dalla costola di Adamo, non è che una pallida copia”.

E sei anche la scrittrice che sfida l’educazione tradizionale, la cultura imperante  e le pressioni sociali per scrollarsi di dosso, una volta in più, il peso di scelte non sue, scrivendo poesie erotiche, fondando una rivista, “Jasad”, per dare spazio a tutte “le letterature, le scienze e le arti del corpo nel mondo arabo”, affrontando critiche, disprezzo e censura senza lasciarsi intimidire; e sei la giovane Joumana che avrebbe preferito essere un maschio, prima di sperimentare la meraviglia di essere se stessa. Una donna senza patria che appartiene ai luoghi lontani, felici e mutevoli della propria mente.


Emanuela Barbieri

1 Commento

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  • Sherazade chiude la catena di morte di un sacrificio cannibalico,
    lo spezza attraverso il linguaggio, svelandone il potere salvifico e autenticamente in grado di svelare e sciogliere il mito del sacificio, su cui tutt’ora si regge l’intera comunità globale..
    Sherazade è l’opportunità di un’umanità nuova, che può uscire da questo bivio al quale siamo fermi da millenni: insomma tutta la specie avrebbe dovuto temperare il suo cannibalismo con il lavoro, che nasce dal seme del linguaggio, che si esprime nelle opere, come nel canto e nella danza.. ossia con l’attività manuale e psichica rappresentata dalla manipolazione degli oggetti e del corpo.. Joumana non ha superato il suo bivio: ha preferito indossare una maschera e cancellare una parte fondamentale, che emerge con un lungo lavoo, su di sè e nel mondo esterno: quella parte femminile e creativa, capace di amare e di autodeterminarsi.
    M.G.

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