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Jihadismo, islamofobia e irrazionalità

Di Javier Valenzuela. Info Libre (24/03/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

A nessuno sano di mente verrebbe l’idea di ritenere responsabili la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti e Thomas Jefferson delle torture a Guantanamo, dell’invasione dell’Iraq, della guerra in Vietnam, delle bombe atomiche in Giappone e delle altre atrocità commesse dalla superpotenza. Le idee funzionali degli USA non sono colpevoli del fatto che alcuni politici le invochino per giustificare qualsivoglia eccesso imperialista. E di certo non ha colpa neanche quella maggioranza di cittadini americani che crede a tutto quello che le alte sfere gli racconta. La Dichiarazione di Indipendenza è uno dei migliori prodotti del Secolo dei Lumi. Le sue idee sono ancora in vigore, sebbene per determinate ragioni storiche buona parte delle élite economiche e politiche degli Stati Uniti si siano allontanate dal suo spirito per costruire un Paese sempre più spaventato e aggressivo, più incline all’autoritarismo interno e all’intervenzionismo esterno.

Tutta questa introduzione per alludere alla rampante islamofobia con la quale vengono accolte in Occidente le barbarie jihadiste. Dopo la terribile carneficina di Tunisi, per l’ennesima volta ci tocca sentire che la colpa è del Corano e di Muhammad, della religione islamica stessa e addirittura di tutti gli arabi (tra cui ci sono non pochi cristiani) e dei musulmani. Quelli che ragliano in questo modo sono più imparentati con gli stessi jihadisti che con Jefferson e i figli dell’Illuminismo.

Quando quelli di Daesh (ISIS) hanno distrutto le antichità babilonesi, un islamofobo è arrivato a dire che lo hanno fatto per porre fine alla cultura occidentale, come se gli assiri, i babilonesi, i persiani e le altre civiltà esistite prima di Alessandro Magno non fossero state orientali. Come se nel corso dei secoli la Mesopotamia e la Persia non fossero state per la maggior parte musulmane, senza che nessuno torcesse un capello alle antichità. Così come nessuno ha toccato le tombe dei marabutti di Timbuktu o i Buddha afghani fino alla comparsa dell’islamismo politico contemporaneo e della sua letale creature che chiamiamo “jihadismo”.

Si sa, l’ignoranza è molto audace e mettere un’etichetta è molto facile. Ad ogni modo, mi rifiuto di cedere a questa tendenza. Non mi è mai passato per la testa di incolpare Gesù di Nazareth per la morte di migliaia nel rogo dell’Inquisizione, né delle violenza dei Crociati. Se Gesù è esistito, doveva essere un brav’uomo, frugale, pacifico e affettuoso. Conosco molti cristiani che cercano di seguire il suo esempio e non quello dei Borgia. Così come conosco molto musulmani per i quali ogni attentato jihadista è come una pugnalata al cuore.

Non si ragiona con la pancia, ma con la testa. Il jihadismo è frutto di un’interpretazione apocalittica e delirante dell’islam che sboccia in determinate condizioni politiche, sociali ed economiche. Il jihadismo va combattuto con l’intelligenza. In primo luogo, la prevenzione è cruciale di fronte a dei pazzi disposti a morire uccidendo. C’è bisogno di strumenti umani e materiali, connessioni internazionali e una buona organizzazione. In questo senso, la cooperazione delle comunità musulmane in Occidente e dei Paesi meridionali è fondamentale.

Oggi lo chiamiamo Daesh, ieri Al-Qaeda, prima ancora Jihad Islamico. Non nego che quelli di adesso sono ancora più cruenti: quello che voglio dire è che esistono da decenni ormai. Quello che scrivevo trent’anni fa in merito è ancora più evidente oggi: non si può debellare la peste se non si seccano le paludi in cui nasce.

Quali sono queste paludi? Ce ne sono di ideologiche e finanziarie: il wahhabismo e i petrodollari dell’Arabia Saudita. Ce ne sono di politici, economici e sociali: la tirannia, la povertà e le disparità dei Paesi musulmani; la mancata integrazione dei figli degli immigrati nei Paesi occidentali. E ce ne sono anche di etici e morali: i due pesi e delle due misure di cui godono Israele e Stati Uniti; il mancato sostegno alle democrazie del Sud.

Le cose andranno peggio se si continua a giocare con i vari Bin Laden e Abu Bakr al-Baghdadi, se si continua a confondere la parte con il tutto come fanno gli asini islamofobi, se si smette di usare la ragione per coltivare l’irrazionalità.

Javier Valenzuela è un giornalista e scrittore spagnolo, autore del blog Crónica Negra.

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Roberta Papaleo

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