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Iyad Hallak: il George Floyd palestinese, l’indignazione collettiva minore

L’omicidio di un giovane palestinese autistico a Gerusalemme fa particolarmente eco a quello di un afroamericano a Minneapolis, entrambi i casi legati alla violenza della polizia alimentata dal razzismo di entrambi i sistemi.

di Stéphanie Khouri, L’Orient-Le Jour, (01/06/2020)  Traduzione e sintesi di Katia Cerratti

La morte di George Floyd, afroamericano di 46 anni, a sud di Minneapolis, e, a pochi giorni di distanza, quella di Iyad Hallak, palestinese di 32 anni, nella città vecchia di Gerusalemme, hanno riportato alla ribalta vecchi dibattiti e suscitato indignazione, seppur di proporzioni diverse.

Il giovane Iyad era autistico e viveva nel quartiere Wadi Joz a Gerusalemme Est. Sabato mattina si stava dirigendo verso la città vecchia per recarsi al Centro Elwyn, un centro specializzato nella cura dei disabili, quando due agenti di polizia al confine israeliano, lo hanno ucciso sparandogli dieci proiettili perché ritenevano che fosse armato, accusa rivelatasi falsa.

Una morte quella di Iyad Hallak, che va ad allungare la lista di persone con handicap mentali vittime delle forze israeliane: Mohammad Jabari a marzo 2018, Mohammad Habali a dicembre 2018 o Arif Jaradat a giugno 2016.

I due ufficiali coinvolti nel caso sono stati arrestati, uno di loro è stato rilasciato e il secondo è agli arresti domiciliari.

Agli investigatori uno di loro ha riferito di essere stato chiamato per intervenire a un allarme riguardante “un terrorista armato che si dirigeva verso la Porta dei Leoni”. La polizia di frontiera, nota come Magav, è un’unità specializzata che assiste l’esercito israeliano in alcune operazioni di polizia e di lotta al terrorismo, specialmente a Gerusalemme e nei Territori occupati della Cisgiordania. Questa polizia è nota per la brutalità dei suoi metodi di intervento.

Il funerale di Iyad Hallak si è svolto domenica sera sotto la sorveglianza della polizia, ed è stato rinviato dalle autorità a tarda ora per evitare assembramenti che avrebbero potuto sfociare in una escalation di violenza. La sera stessa infatti, la polizia ha disperso con la forza dozzine di palestinesi che durante il funerale, si erano radunati per protestare contro l’omicidio del ragazzo all’ingresso della Città Vecchia di Gerusalemme, fuori dalla Porta di Damasco.

La morte del giovane palestinese ha provocato reazioni sui social e ha mobilitato centinaia di giovani israeliani e palestinesi, a partire da sabato, nelle strade di Tel Aviv e a Gerusalemme con slogan come “Justice for Iyad, Justice for George,” o “Palestinian Lives Matter”, in riferimento alla campagna per la difesa dei diritti degli afroamericani “Black Lives Matter “.

Un parallelo quello tra le due vittime che oltre a denunciare le violenze della polizia e l’ingiustizia, mira a evidenziare l’idea che nascere neri o palestinesi equivalga a una “condanna a morte”. “La violenza della polizia a Gerusalemme Est è una politica, come la politica in atto contro i neri negli Stati Uniti”, ha dichiarato Shahaf Weisbein, uno degli organizzatori della manifestazione di Gerusalemme, prima di aggiungere che “la violenza della polizia e la politica di occupazione contro i palestinesi sono diventate una triste routine”.

Sul suo account Twitter, il deputato Ahmad Tibi, della United List of Arab Parties, collegando l’incidente di Minneapolis a quello di Gerusalemme, ha affermato: “Minneapolis è qui”, mentre la parlamentare Aida Touma-Sliman, anch’essa della United List, ha invitato “tutti coloro che sono indignati per l’omicidio negli Stati Uniti,  a guardare vicino a loro – un’intera nazione sta soffocando sotto l’occupazione, incapace di respirare ”.

E mentre in un video che circola sui social media, la madre di Iyad Hallak chiede “giustizia, giustizia da parte dello Stato di Israele”, il seguito giudiziario del caso, per molti osservatori, è già noto:”In molti incidenti simili, la giustizia non è mai stata fatta. Lo Stato di Israele sarà imbarazzato dal caso, potrebbero esserci alcuni cambiamenti amministrativi o punizioni molto leggere contro i soldati responsabili. Ma il problema non è solo che i soldati reagiscono al minimo segnale, il problema è il sistema “, ha affermato il dott. Samah Jabr, capo dell’Unità di Sanità mentale del Ministero della Salute palestinese.

Nonostante i paragoni  e la somiglianza degli incidenti, le conseguenze giudiziarie degli omicidi a Minneapolis e Gerusalemme potrebbero quindi rivelare la portata delle differenze nelle reazioni tra i due paesi. Negli Stati Uniti, i quattro agenti di polizia sono stati rimossi e sono sotto inchiesta. Il sindaco di Minneapolis ha presentato scuse ufficiali e il paese è scosso da un’ondata di violente proteste. “Laggiù negli Stati Uniti sparano ai neri, il cui sangue non vale molto; in Israele sparano ai palestinesi, il cui sangue vale ancora meno. Ma qui, di fronte all’omicidio dormiamo; lì, l’omicidio mette in moto le dimostrazioni “, ha osservato il giornalista Gideon Levy nelle pagine di Haaretz.

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Katia Cerratti

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