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Ivana, la zar di Mahmoud Darwish

darwishLa storia di un testo inedito di Mahmoud Darwish, grande poeta e scrittore palestinese che con la sua penna ha saputo dar voce al dramma del suo popolo.

Di In’am Kejeh Ji. Asharq Al-Awsat (29/09/13). Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.

C’era una volta Ivana, nome che ricorda quello di Ivan il Terribile, primo zar russo che visse nel sedicesimo secolo.

Però la giornalista che lavorava con me in una rivista araba pubblicata a Parigi, non aveva nulla dell’oppressore russo, era piuttosto raffinata ed innocente. E proprio con questa innocenza ottenne l’opportunità di presentare 50 domande a Mahmoud Darwish

Mi sorprese che il poeta l’avesse invitata a cena in un ristorante cinese, e che poi ci furono altri incontri. “Quando ci sarà l’intervista, Ivana?”. Era come se lo volesse tenere solo per lei, per sé stessa, come se si rifiutasse di concederla a qualsiasi altro essere umano. Poi si convinse e autorizzò la pubblicazione delle domande e delle risposte, all’inizio del 1991, sotto il nome di  “Non c’è più posto nel mio cuore per un nuovo colpo”, frase pronunciata dallo stesso Darwish.

Nel suo cuore non c’era più posto se non per relazioni morbide che ricaricassero le batterie dell’ innovazione. Quanto al cuore di lei batteva velocemente e combatteva con la sua mente. Aveva la metà degli anni di lui, la sua religione era diversa da quella di lui, lui pensava ad un ritorno per rimanere in Palestina, mentre lei con la sua carta d’identità libanese, non avrebbe potuto seguirlo. Può la carta riunire ciò che sparge il destino?

Ci incontrammo dopo che era stata completata la loro prima intervista, con la speranza di pubblicare un libro. Il loro libro che avrebbe riunito i loro nomi.

Darwish aveva annotato più di una trentina di pagine aggiuntive, scritte di proprio pugno, parlando in esse, della propria infanzia, di sua madre, dei demoni della sua poesia nazionale ed emozionale. Dopo di ciò, le aveva chiesto di scrivere una prefazione nella quale avrebbe raccontato la natura dei loro incontri, con le loro foto nella sua casa di Parigi.

Questa prefazione poi è arrivata ad un centinaio di pagine le quali, secondo quanto mi aveva raccontato, erano state riviste dallo stesso Darwish e gli erano piaciute. Poi però ci ritornò su, e chiese di escludere cinque pagine contenenti questioni religiose fraintendibili. Era stato rispettato il suo desiderio, ma il manoscritto non aveva visto luce. E non l’aveva vista per altri cinque anni dopo la partenza di Darwish.

Dopo gli accordi di Oslo nel 1993, si era convinta che il poeta fosse cambiato e avesse distolto la sua attenzione da lei. Le aveva proposto di andare in Libano per il periodo estivo e lui avrebbe pensato alla giusta soluzione. Le aveva detto che nella vita dei palestinesi la Nakba è una sola, mentre invece nella sua vita ce ne erano state due. Lei non voleva essere la sua seconda Nakba e per questo andò dalla sua famiglia, non tornò a Parigi e non lo incontrò se non dopo alcuni anni; nel 2002 infatti, lui era a Beirut per sottoscrivere il suo poema “Stato d’assedio”. Si incontrarono nell’hotel Komodor e lui le sussurrò che non era cambiato. Le disse che era lieto di sapere che non si era sposata e teneramente le comunicò di aver scelto “la soluzione che non avrebbe fatto preoccupare la famiglia di lei”.

Un miracolo può far riprendere un fuoco estinto?

Il 9 agosto del 2008 il cuore di Mahmoud Darwish smise di battere in un ospedale americano nel Texas. La sua storia con Ivana era destinata a rimanere senza traccia. Ma io casualmente, sapevo che il manoscritto era in corso di stampa presso la casa editrice “Al-Saqi”. In questo modo, ho sciolto il segreto e ne sono diventata la prima lettrice.


Alessandra Cimarosti

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