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Israele non può cancellare la Nakba dalla storia

Di Saeb Erekat. Haaretz (15/05/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Oggi è l’anniversario di ciò che i palestinesi chiamano “Nakba”, la catastrofe, anche se una sola parola non basta per spiegarla e un solo giorno non basta a commemorarla. La Nakba è una storia di paura e intimidazione, di diniego e persecuzione, una crudele realtà senza fine.

Il 15 maggio del 1948 più di 750.000 palestinesi sono stati forzati ad abbandonare le loro case e le loro terre. Alcuni sono stati brutalmente massacrati, molti sono fuggiti per paura. Pochi sono riusciti a restare in quello che sarebbe diventato Israele. Tutti hanno sofferto: 66 anni dopo, tutti continuano a soffrire. Sia nei territori occupati che altrove, tutti quelli che hanno aspettato per 66 anni, con le loro chiavi in mano, continuano ad aspettare.

Israele, che si definisce una democrazia per tutti i suoi cittadini, continua a bandire dalle loro case gli abitanti di Iqrit e Kufr Birem, due villaggi cristiani in Galilea, nonostante la sentenza emessa in merito dalla Corte Suprema di Giustizia israeliana.

Questo non è l’unico esempio di persecuzione all’interno di Israele. La “legge sulla nazionalità” promossa da Netanyahu, la quale definisce Israele come Stato-nazione ebraico, è solo l’ultima di una lunga serie di norme discriminatorie contro un quinto della popolazione israeliana. Una lista di leggi che non sono rende accettabile, ma anche legalmente ammissibile, la discriminazione contro cittadini israeliani appartenenti a un gruppo etnico-religioso diverso.

La Palestina ha riconosciuto il diritto ad esistere di Israele nel 1988. Non vogliamo che l’ebraico o le festività ebraiche non vengano considerate ufficiali. Non spetta a noi definire il carattere di Israele. Ma non permetteremo a nessun palestinese di venir ritratto come un immigrato o un intruso nella sua stessa terra. Noi eravamo tutti qui, da molto prima del 1948: musulmani, cristiani ed ebrei, tutti palestinesi. Il concetto di uno Stato esclusivamente ebraico ovviamente comporta la negazione della Nakba. È un modo per chiederci di negare l’esistenza del nostro popolo e degli orrori da noi subiti nel 1948. A nessuno dovrebbe venire chiesto di fare una cosa simile.

Non saremo complici del concetto per cui qualsiasi gruppo etnico-religioso possa dominare su un altro. Non accetteremo il diniego dei diritti umani fondamentali che spettano a tutti.

Piuttosto che accettare la sua responsabilità storica, piuttosto che ammettere l’amara verità sulla nascita di Israele e parlarne, come passo verso la pace, il governo israeliano cerca di spazzare via l’evento dalla storia.

In Israele, è proibito dalla legge persino commemorare la Nakba. Se riesci a eliminare la storia, sarà ancora più facile eliminare un popolo. Il governo israeliano sta prendendo misure straordinarie per riuscirci. non è una sorpresa se finora non si è riuscito a raggiungere un accordo.

Oggi, noi ricordiamo coloro che hanno perso le loro vite per mano dei loro oppressori, mentre cercavano libertà e dignità. Nonostante ciò, siamo pronti a vivere uno accanto all’altro in pace con i nostri vicini israeliani. Adesso non sappiamo come si definirà una soluzione futura, o quando questa arriverà. Ciò che sappiamo per certo è che resteremo.

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Roberta Papaleo

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