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Israele e i limiti sul complesso di Al-Aqsa

Di Meron Rapoport. Middle East Eye (19/09/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Israele ha un buon numero di forze da impiegare in tempi di guerra, come dimostrato durante la seconda Intifada, nella guerra col Libano e nelle varie campagne contro Gaza. Venerdì scorso la Knesset (il parlamento israeliano) ha richiesto che le riserve della polizia di frontiera venissero dispiegate a Gerusalemme. Ma i numeri sono meno importanti del messaggio inviato agli israeliani: siamo di fronte a una grave crisi.

Funzionari israeliani, come il ministro per la Sicurezza Pubblica, gli Affari Strategici e l’Informazione Gilad Erdan, cercano di dipingere la situazione attuale come uno sforzo fatto per ristabilire l’ordine e mantenere lo status quo: i militanti musulmani sono descritti come la fonte delle violenze, con le loro aggressione ai “turisti” ebrei e il loro equipaggiamento pseudo-militare di petardi e bombe incendiarie. Una visione che funziona abbastanza bene per i media e i politici israeliani. Il premier Benjamin Netanyahu ha addirittura chiesto al procuratore generale di autorizzare l’uso di cecchini contro i manifestanti palestinesi a Gerusalemme.

Tuttavia, Israele è lungi dall’essere innocente per la situazione di Al-Aqsa.

Circa un mese fa, il ministro Erdan aveva annunciato di voler bandire due organizzazioni palestinesi (i Murabitum e le Murabitat) i cui membri sono contro i visitatori ebraici al Monte Tempio. Due settimane fa, è stato reintrodotto dopo un anno il limite di accesso ad Al-Aqsa per i musulmani sotto i 40 anni di età: secondo il ricercatore israeliano Aviv Tatarsky si è trattato di una mossa meramente politica, dato che fino ad allora non c’erano stati scontri notevoli con la polizia israeliana mentre il complesso era rimasto aperto ai musulmani. Infine, alla vigilia del capodanno ebraico, la polizia ha preso d’assalto il luogo sacro, dicendo di aver trovato materiale esplosivo che doveva essere usato contro i visitatori ebrei.

Come Erdan e altri funzionari israeliani ben sanno, la maggior parte di questi visitatori non sono semplici turisti: tra loro ci sono attivisti politici, come Yehuda Glick, attivista del partito Likud che da tempo fa pressioni sul governo affinché la presenza ebraica sia più significativa all’interno del complesso. Glick, sopravvissuto lo scorso anno a un tentato assassinio, chiede che la libertà di culto ad Al-Aqsa sia estesa anche agli ebrei, senza però nascondere il suo vero fine: ricostruire il Tempio Ebraico.

Ma mentre Glick è abbastanza vago, altri, come il ministro dell’Agricoltura Uri Ariel, hanno espresso il desiderio di vedere demolita la Cupola della Roccia per far spazio al Terzo Tempio. Non sorprende che i palestinesi si innervosiscano quando vedono “visitatori” come Glick e Ariel ad Al-Aqsa.

Questi obiettivi sono ovviamente difficili da raggiungere, quindi potrebbe darsi che Israele stia pensando a fini minori, come ad esempio dividere le aree di visita o persino gli orari di preghiera tra ebrei e musulmani. Una cosa simile all moschea Ibrahimi, o tomba dei Patriarchi, di Hebron, dove però la divisione ha portato, nel 1994, al massacro di 29 musulmani da parte di un ebreo armato.

Come notato dal ricercatore Tarasky, la violenza palestinese contro i “visitatori” ebrei potrebbe favorire Erdan e Netanyahu nel proporre la divisione delle ore di visita e preghiera come una decisione inevitabile. Ma Israele non a ha che fare solo con i palestinesi quando si parla di Al-Aqsa: secondo il trattato di pace con la Giordania, il regno hashemita ha uno status speciale.

Infatti, lo scorso novembre, quando si verificarono scontri simili ad Al-Aqsa, il re Abdullah II aveva convocato Netanyahu ad Amman per metterlo in guardia dalle conseguenze che un cambiamento dello status quo poteva comportare. Il giorno dopo, il premier israeliano ordinò l’apertura dei cancelli del complesso a tutti i fedeli musulmani e limitò le visite dei politici israeliani.

Le cose ora sono cambiate con il nuovo governo Netanyahu, composto solo da elementi di destra. La ministra per la Cultura, Miri Regev, minaccia di tagliare i fondi pubblici alle istituzioni culturali di lingua araba se rifiutano l’idea di Israele come Stato Ebraico. La ministra della Giustizia Ayelet Shaked vuole attaccare l’indipendenza della Corte Suprema israeliana. In un clima simile, per Erdan è più facile immaginare un cambiamento della situazione ad Al-Aqsa che sia favorevole a figure come Glick.

Tatarasky pensa che, come nel novembre scorso, la pressione dalla Giordania, Paese che “non avrà altra scelta che agire” se Israele incrina lo status qui, potrebbe influenzare Netanyahu. Forse, ma con l’attuale entusiasmo del governo israeliano le cose potrebbero andare diversamente. In quel caso, non basterà reclutare riserve della polizia di frontiera.

Meron Rapoport è uno scrittore e giornalista indipendente israeliano, ex capo della sezione News del quotidiano Haaretz.

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Roberta Papaleo

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