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Islamisti di nuovo conio?

di Javier Valenzuela, El Paìs (02/12/2011) – Traduzione di Claudia Avolio

Alla primavera araba sembra sia seguìto un autunno islamista. Alle urne i partiti confessionali sono, al momento, i principali beneficiari della caduta degli autocrati (nei casi di Tunisia ed Egitto), o delle riforme interne al regime (nel caso del Marocco). Cercheranno di imporre modelli teocratici? Rispetteranno libertà e diritti di chi non condivide le loro idee? Si impegneranno a far tornare le donne nei focolari domestici? Giunto il momento, accetteranno l’alternanza? Né a questi né ad altri possibili quesiti si può oggi dare una risposta completa in un senso o nell’altro.

Dal Maghreb al Mashreq, le avanguardie delle rivolte che stanno cambiando il mondo arabo non sono state gli islamisti, ma le gioventù urbane con idee democratiche connesse alla modernità via Internet e la tv satellitare. E malgrado ciò, al momento di votare, una maggioranza araba -in nessun caso assoluta- a quei giovani preferisce gli islamisti. Perché mai? La spiegazione non è troppo complicata. Gli islamisti beneficiano del prestigio dell’esser stati demonizzati e perseguiti nell’arco di lustri dalle autocrazie nordafricane e mediorientali. Inoltre, hanno fama d’essere gente onesta e laboriosa, e le loro reti d’assistenza sociale sono le uniche a cui milioni di arabi in cerca di un medico, una scuola o una pensione, possano accedere. In ultimo, sono soliti presentarsi uniti alle elezioni rispetto alla dispersione delle forze laiche, nazionaliste, socialdemocratiche o panarabiste.

Ma questi islamisti, che la stampa occidentale chiama di solito “moderati”, sembrano di nuovo conio. Appena rientrato in Tunisia dopo la caduta di Ben Ali, Rachid Ganouchi, leader di Ennahda, dichiarò che il suo modello non era né l’Arabia Saudita né l’Iran, ma la Turchia democratica governata dall’AKP (Partitio di Giustizia e Sviluppo) di Erdogan. Ricordiamoci che l’AKP è solito compararsi alla democrazia cristiana europea, cioè un partito di ispirazione confessionale che riesce a muoversi senza problemi irrisolvibili uno scenario di libertà e pluralità.

Nella sua prima tappa, Burguiba, il fondatore della moderna Tunisia, fu un progressista che fece avanzare la sua nazione lungo il sentiero della separazione tra religione e politica e dell’emancipazione delle donne, un po’ in stile Ataturk in Turchia. Rispetterà quest’eredità Ennahda, la prima forza delle legislative tunisine di ottobre? E l’amplierà, come desiderava la rivoluzione dei gelsomini, verso la conquista della libertà di stampa e di una giustizia indipendente? Accetterà di lasciare il governo nel caso in cui perdesse le prossime elezioni?

Quesiti simili si possono formulare a proposito del trionfo, alle legislative marocchine di novembre, del Partito di Giustizia e Sviluppo (PGS), il cui leader, Abdelilah Benkirane, non solo cita l’AKP turco come paradigma ma ne ha copiato perfino il nome. Ignacio Cembrero l’ha da poco descritto in questo giornale come un “uomo gioviale, estroverso, cordiale, vanitoso, spiritoso e comunicativo”. Molto distante, perciò, dalla severissima immagine di Khomeini o dall’attitudine millenarista di Bin Laden. Benkirane, come Ganouchi, si dichiara disposto a governare in coalizione con la sinistra.

Dunque questi islamisti non sono esattamente uguali a quelli del Fronte Islamico di Salvezza algerino, la cui vittoria elettorale nel ’92-’93 fu stroncata da un colpo di stato militare, subito seguito da una atroce guerra civile. L’arabista Gilles Kepel spiega che, tanto in Algeria come in altri paesi arabi, una parte di quegli islamisti di due decadi fa si è evoluta fino al jihadismo di Al Qaeda e gli altri, e furono coloro che la fecero da protagonisti nella delirante prima decade del ventunesimo secolo. La morte di Bin Laden simboleggiò il loro fallimento: non erano riusciti a far cadere un solo tiranno arabo, né ad espugnare alcuna forza straniera dalle terre musulmane. All’opposto, aggiunge Kepel, ci fu invece un’altra corrente – la maggioritaria – che si sviluppò fino al compromesso con la democrazia dell’AKP. Appoggiato da Tunisia e Qatar, questo spostarsi verso il centro, questa gentrificazione, ha lasciato a sua volta il vuoto d’estremismo che occupano ora i salafiti, influenzati e finanziati dall’Arabia Saudita.

Anche all’interno dei Fratelli Musulmani, la fratellanza che è la madre o la nonna di tutti i movimenti islamisti contemporanei, l’attrazione della Turchia e le pulsioni modernizzatrici sono intense tra i più giovani e hanno provocato dissensi come quelli capeggiati da Abdel Moneim Abul Futuh e Abul Ela Madi, fondatore quest’ultimo di un partito chiamato, né più né meno, “liberal-islamico”. (…) Nel passaggio al terzo millennio è successo qualcosa di rilevante: due islamisti turchi dal gran pragmatismo, Erdogan e Abulah Gul, hanno studiato una formula nuova nel fondare l’AKP. Lasciandosi alle spalle la rigidità del partito in cui avevano militato, il Refah, dissolto dai militari, hanno elaborato un programma che alcuni definiscono “post-islamista”: adesione alla democrazia, volontà di ingresso in Europa e promozione dell’economia di mercato. La formula è stata politicamente ed economicamente di successo, anche se è certo che la Turchia aveva qualcosa che, se si esclude la Tunisia, manca ai Paesi arabi: decenni di laicismo autoritario di Ataturk e dei suoi successori militari.

Il 10 marzo 2009 un gruppo di intellettuali consegnò a un Obama appena arrivato alla Casa Bianca una lettera chiedendogli di affrontare senza indugi la democratizzazione del mondo arabo e musulmano. I firmatari, tra cui figurava Francis Fukuyama, John Esposito, Sa’ad Eddin Ibrahim e Mona El-Tahawy non si sottraevano al dibattito sul futuro degli islamisti in un regime di libertà e diritti. Consideravano “legittimo” il timore sul suo accesso al potere, però aggiungevano una riflessione interessante: “In Paesi come la Turchia, l’Indonesia ed il Marocco, il diritto a partecipare ad elezioni aperte e credibili ha moderato i partiti islamisti aumentando il loro impegno verso la democrazia. Possiamo non essere d’accordo con quello che dicono, ma se vogliamo sia predicare che praticare la democrazia, è impossibile escludere i maggiori gruppi d’opposizione nella regione dai processi democratici”.

Parlando dei nuovi islamisti, i punti interrogativi formano una palma. I loro proclami sono sinceri o corrispondono a mera dissimulazione e opportunismo? Chissà, ma è certo che, come tutto nella vita, la loro evoluzione verso un impegno inequivoco con la libertà ed il pluralismo dipende anche da fattori esterni.

Alla fine di questo trepidante 2011, ci sono ancora più ragioni rispetto al 2009 per cui le democrazie occidentali suppongano che le democrazie arabe dovranno attraversare un periodo di “morbillo islamista”. Lo spiegava così Edwy Plenel il 2 febbraio in Mediapart: “Perché nella transizione democratica del mondo arabo non può esserci spazio per famiglie politiche che sostengono la religione dominante, così come fu il caso e tutt’ora è, dei democratici cristiani in Europa?”. E continuava: “Agli inizi degli anni ’80, bisognava desiderare la repressione del sindacato Solidarność in Polonia perché, sotto la sua egida, si celebravano cerimonie cattoliche nei cantieri navali di Gdańsk? Si doveva desiderare il mantenimento del dominio sovietico sull’Europa dell’Est perché il suo affossamento minacciava di liberare forze conservatrici o religiose, com’è poi successo?”.

La reislamizzazione delle società arabe promossa dai “barbuti” ha funzionato. Ora c’è più gente praticante che negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. E, certamente, la parola “laicismo” lì vende male, gli islamisti sono riusciti a indentificarla con ateismo, vizio e immoralità. Tuttavia è anche vero che i modelli teocratici dell’Arabia Saudita sunnita e dell’Iran khomeinista sciita risultano poco o per nulla attraenti alla grande maggioranza dei giovani arabi, inclusi i molti che tra questi sono fedeli. Vogliono respirare molto più liberamente. Precisamente qui si situa questo spazio che inizieranno ad esplorare i vincitori delle elezioni tunisine, marocchine, ed egiziane.


Claudia Avolio

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