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Islamismo postmoderno: quattro scenari di Daish in Siria

Di Fidaa Itani. Now Lebanon (13/10/2014). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

Finora, l’effetto della Primavera Araba è stato il consolidamento dei regimi esistenti e un senso di sconfitta tra la gente. Le prospettive future di democrazia, sviluppo e fine della corruzione appaiono deboli. È in momenti così che il sogno – o la fantasia – della salvezza religiosa è destinato a crescere. Gruppi come Al-Qaeda, Fronte al-Nusra e infine Daish (conosciuto in Occidente come ISIS) sono tutti nati dal fatto che i governi arabi non hanno saputo rispondere ai bisogni fondamentali, oltre che dalla delusione nei confronti degli attori del cambiamento politico.

Non importa quanti raid sono stati o saranno ancora lanciati dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti: l’ascesa jihadista continuerà, insieme al sogno di uno Stato sunnita. La situazione in Siria è sicuramente la più complessa. Attualmente sono in campo più di 5 gruppi: Daish, Fronte al-Nusra, Ahl al-Sham, Ahrar al-Sham, Jaysh al-Islam e altri. Non vanno dimenticati poi i Fratelli Musulmani, che ora si trovano perlopiù all’estero. La loro idea è di rientrare nel Paese ed assumerne la guida politica una volta che queste formazioni abbiano vinto sul piano militare.

Tuttavia il mix islamista non è in grado di coesistere, tanto che le alleanze tra le varie fazioni sono saltate e Al-Baghdadi si è autoproclamato califfo in tutta fretta, proprio per evitare che qualcun altro lo facesse prima di lui.

Sono 4 i diversi scenari possibili in Siria:

1. Il regime rimane stabile e i gruppi rivoluzionari locali vengono gradualmente sconfitti. Ciò permetterebbe a Daish di guadagnare il controllo sulle aree che prima erano nelle mani dei ribelli e di dividersi alcuni territori con il regime, ma non quelli persi da Damasco tra il 2012 e il 2013.

2. La guerra civile va avanti. In tal caso, Daish continuerebbe a rivestire lo stesso ruolo di adesso, guadagnando consenso in molte aree a maggioranza sunnita, in mancanza di una soluzione politica decisiva. Si impadronirebbe delle risorse economiche ed umane delle aree liberate e proseguirebbe anche la lotta contro i suoi veri oppositori – coloro che chiedono la caduta del regime e uno Stato laico.

3. Le forze locali riescono ad assestare un colpo al regime, spingendo l’Iran e la Siria a sostenere di più Daish. Le fazioni ribelli andrebbero allora reintegrate e riorganizzate, ma soprattutto persuase a combattere per la liberazione di tutto il Paese. Occorrerebbero anni prima di riuscire a controllare Daish e garantire un minimo di stabilità alla Siria.

4. Oltre ai raid occidentali, i combattenti locali lanciano attacchi di terra contro Daish. Tale scenario ci riporta al problema principale, cioè perché questo gruppo si è così radicato, ha guadagnato il favore della popolazione ed attira militanti da ogni parte del mondo.

In realtà, colpire Daish senza un piano per cambiare l’equilibrio di potere sarebbe uno spreco di risorse, in quanto avrebbe come effetto collaterale l’espansione del gruppo verso altri fronti e la ricerca di obiettivi più facili, come il Libano e la Giordania, ma anche Israele o i Paesi occidentali.

Daish si nutre delle mancate prospettive di cambiamento futuro. È impossibile pensare ad una cura definitiva senza soluzioni politiche ai problemi della regione araba, che continuerà ad essere il cuore del mondo islamico.

Al-Qaeda e Daish sono un veleno per i territori che hanno infettato, eppure sembrano fornire l’unico progetto politico in grado di affrontare il male che li ha generati. Ecco perché, per gli islamisti, Daish è completamente postmoderno.

Fidaa Itani è un giornalista libanese. Lavora per diverse testate, tra cui Al-Akhbar e Now Lebanon. Dall’inizio della guerra in Siria è stato rapito due volte. Il suo obiettivo ora è scrivere un libro su Daish. 

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Cristina Gulfi

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