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Iraq: le riforme del primo ministro Abadi

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Mustafa Zein. Al-Hayat (13/02/2016). Traduzione e sintesi di Sofia Carola Sammartano.

Il primo ministro iracheno Haidar al-Abadi si è detto disponibile a un rimpasto di governo che comprenda tutti i blocchi politici e alla formazione di un gabinetto di tecnocrati, sulla base delle richieste dell’autorità sciita a Najaf.

Tuttavia, sono già state molte le reazioni di dissenso a questo cambiamento “essenziale” nella governance sancito dalla Costituzione, nonché agli accordi tra i blocchi e i partiti di diversi orientamenti. Il deputato Sami al-Askari, membro dell’Alleanza per lo Stato di Diritto, ha annunciato che “il massimo che [Abadi] potrà realizzare non sono altro che cambiamenti di facciata. Ormai è alla mercé dei blocchi e, se questi non si mettono d’accordo tra loro, lui non potrà fare niente”.

Abadi ha assunto la presidenza dei ministri nel 2014 grazie ad un’intesa politica tra diversi componenti volta a sbarazzarsi dell’eredità di Nuri al-Maliki, e con essa liberarsi di progetto di qualsiasi legge sulla Guardia Nazionale o sui partiti. Un’intesa mirata, inoltre, alla liberazione dei “prigionieri innocenti”, alla risoluzione delle divergenze con la regione del Kurdistan e alla distribuzione omogenea della componente sunnita tra le cariche politiche. E, cosa più importante, stare lontani dall’Iran.

Dopo un anno e mezzo al potere, Abadi si trova in un circolo vizioso. Tutto quello che poteva realizzare era l’abolizione delle posizioni dei vicepresidenti e unire alcuni ministeri per ridurre le spese. Le altre promesse dell’intesa sono rimaste solo sulla carta. La legge sulla Guardia Nazionale non è stata riconosciuta, dal momento che le forze sunnite rifiutano una tale formazione militare sotto il comando del primo ministro e inoltre esigono che non sia formata da elementi esterni al paese. Quanto alla legge sui partiti, continuano ad essere oggetto di grandi controversie con la componente curda. Le Forze di Mobilitazione Popolare sono quindi diventate l’istituzione ufficiale della sicurezza, continuando a prendere ordini da Teheran.

Tutto ciò che ha fatto Abadi in questo contesto è stato cedere alle pressioni degli Stati Uniti, affidare alle Forze di Mobilitazione Popolare la battaglia di Ramadi e potenziare il ruolo dei combattenti tribali. Non ha contestato l’inserimento del nome di Maliki nella lista dei responsabili per la caduta di Mosul nelle mani di Daesh (ISIS), mentre nella lista figura anche tra questi anche Atheel al-Nujaifi, ex governatore della provincia di Ninive e che ora è a capo della “Guardia Nazionale” incaricata di liberare la città.

Se Abadi riuscisse a formare un nuovo governo, i tecnocrati riuscirebbero a risolvere i problemi del paese? Chi ha detto che i tecnocrati indipendenti non appartengono a questo o a quel partito politico? E ciò permetterà di debellare la corruzione in Iraq?

Il compito di Abadi non è facile: attuare delle riforme in Iraq nelle condizioni attuali sembra impossibile per molte ragioni, prima fra queste è il fatto che le parti interessate non staranno a guardare e sono pronte a difendere le loro posizioni. E, cosa più importante di tutte, la riforma ha bisogno di riconsiderare le basi costituzionali e legali che hanno caratterizzato il post-occupazione, cosa che non è alla portata di Abadi.

È l’irriverenza del deputato Sami al-Askari nei confronti del primo ministro a rappresentare il vero volto dell’Iraq di oggi.

Mustafa Zein  è un giornalista ed editorialista del quotidiano panarabo Al-Hayat.

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Roberta Papaleo

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