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Iraq: fiction e brandelli di storia

Ammar al-Souad (Elaph – 16/08/2012). Traduzione di Carlotta Caldonazzo

La fiction irachena mostra attualmente la tensione tra due tendenze contrastanti: la fuga nel passato (con soggetti come Salima Murad, re Ghazi bin Faysal, Mnawi Basha) e l’immersione nel presente immediato (terrorismo, giochi di potere, corruzione, sicurezza ma anche amore). Quasi nulla sull’essenza delle trasformazioni che hanno interessato l’Iraq negli ultimi 50 anni e che hanno ripercussioni sensibili sul presente. Tra le rare eccezioni “Persi a Hafr el-Batin”, serie tratta dall’omonimo romanzo di Abdulkarim al-Obeidi e adattata al piccolo schermo da un altro scrittore, Ahmed Saadawi. Come loro il regista Mahdi Taleb era alla sua prima opera, ma l’importanza di questa serie risiede soprattutto nel soggetto, gli anni ’90 e la loro “generazione perduta”. Sin dal titolo infatti il tema principale è il perdersi di una popolazione vessata dall’embargo e da una guerra (la “prima guerra del Golfo”, o come si dice nel mondo arabo la seconda, visto che la prima, tra Iran e Iraq, è avvenuta negli anni ’80) che secondo la prospettiva dell’autore ha avviato la distruzione dell’Iraq. Hafr el-Batin è dunque il simbolo di questo conflitto, nel quale il cittadino comune perde la propria via, un perdersi che è al contempo un’antica idea e una maledizione leggendaria.

Protagonista della serie è la vita della gente comune, esistenze lontane l’una dall’altra ma tra loro legate. Sullo sfondo, come un burattinaio nascosto, è il capo del regime, causa del terrore e del dolore che affliggono una società in cui si individuano le componenti di un racconto tragico. Nessuna via di uscita dunque, neanche la sollevazione popolare. A completamento del processo di perdita, l’immagine ricorrente di centinaia di proiettili sparati. I soldati, sconfitti in una guerra cui sono stati costretti a partecipare, vagano anch’essi sperduti, sorvolati dagli aerei nemici e assillati dalla richiesta di arrendersi. Alla fine si scopre che il nemico è più clemente del deserto e meno pericoloso del labirinto in cui sono intrappolati. Anche il nemico perde il suo ruolo di antagonista assoluto. L’amore, laddove riesce ad affiorare, non sfugge al vortice in cui la guerra ha precipitato il paese. Come quello tra Akram e Haifa, che attendono la fine della guerra per potersi sposare. Akram si perde a Hafr al-Batin e Haifa si perde nelle sue attese. Intanto la famiglia di Abdullah è logorata dalla povertà a causa dell’arresto del padre e della condanna a morte di uno dei fratelli. Anche i militanti del partito Baath si perdono nelle rivalità interne, uccidendosi tra loro. Uno di essi scompare nel nulla dopo aver dichiarato la propria ostilità al regime, lasciando una famiglia costretta all’esilio. Tra i personaggi c’è anche Raad, intellettuale dissidente, paralizzato e relegato al ruolo di testimone dalla sua prigionia. In quasi tutti gli episodi siede davanti alla sua casa documentando e registrando impressioni istantanee. Si tratta di impressioni di un intellettuale che se ne serve per dare un’idea della dimensione del dolore. Raad scompare durante la rivolta, di lui resta la sua sedia a rotelle. I suoi fogli vengono raccolti da Qays che cerca di ereditarne il ruolo di narratore di ciò che non si può rappresentare.

Il monologo, modalità dominante di rappresentazione, serve all’autore e al regista per tracciare un confronto tra passato e presente, ma le impressioni che emergono restano chiuse nell’istante. Tra i personaggi spicca quello dello scrittore, che in realtà è più un modello: morto Raad gli succede Qays. Figure che si ritrovano in ogni paese, che vivono l’evento singolo anche alla luce della loro formazione intellettuale. Probabilmente è questa l’unica figura “positiva”, al contrario del popolo in rivolta. Dopo la sollevazione e il successivo abbattimento del regime, crolla la speranza e si approfondisce il senso di perdita. La ragione è nel fatto che non si è trattato di un’insurrezione pianificata alla luce di un progetto politico, ma di singole ribellioni simultanee, avvenute contestualmente a fenomeni di diserzione che hanno interessato l’esercito governativo.

“Persi a Hafr al-Batin” insomma non intende proporre una linea di analisi degli eventi legati alla guerra, ma si limita a presentarne delle istantanee. È degno di nota il fatto che sia praticamente l’unica serie televisiva sull’argomento.


Carlotta Caldonazzo

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