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Iraq: diffusione del velo integrale

Di Wasim Basem. Elaph (12/06/2012). Traduzione di Carlotta Caldonazzo

La diffusione del velo integrale (niqab) tra le donne irachene in questa fase è accompagnata da un’aspra polemica tra chi ne sostiene la promozione e quanti la ritengono una manifestazione di fondamentalismo, estranea alla religione e alla società. Entrambi gli schieramenti concordano sul fatto che la sua generalizzazione sia un fenomeno degno di nota. Senonché, osserva il sociologo Laith al-Asadi, mancano studi e statistiche sulla percentuale effettiva delle donne che portano il niqab in Iraq o sulle motivazioni di questa scelta. Motivazioni che, sempre secondo al-Asadi, il più delle volte sono personali e non religiose.

Il niqab è diventata un’abitudine trans-confessionale e trans-dottrinale, così come si sta diffondendo in tutti gli strati sociali. Al-Asadi lo ritiene una manifestazione di estremismo religioso, ma racconta di aver incontrato una donna che lo indossava e di aver scoperto in seguito che in passato era stata una prostituta. In taluni casi dunque il niqab è una reazione a un passato divenuto un fardello esistenziale e una fonte di senso di colpa, mentre talvolta è un modo per recuperare la fiducia in se stesse oppure per isolarsi dagli altri. Nel primo caso agiscono motivazioni individuali, nel secondo motivazioni sociali. Esistono inoltre donne che adottano il velo integrale per celare la propria identità mentre chiedono l’elemosina, dunque per motivazioni economiche. Come Umm Mohsen, che chiede l’elemosina nel quartiere di al-Kadhimiya a Baghdad e nei pressi dei santuari di Kerbala. La donna tuttavia ha parlato di uno “strano sentimento” di maggiore vicinanza a Dio quando indossa il niqab nero. Diverso è il caso di chi, come Lamia al-Janabi, che lo porta a causa della gelosia del marito, preoccupato che la sua “enorme bellezza” tenti gli altri uomini. In proposito esisterebbe addirittura la fatwa di un’autorità religiosa, a sostegno della quale Lamia spiega che quando non indossava il velo ha subito molestie sessuali da parte degli uomini e manifestazioni di invidia da parte delle donne. Per alcune infine il niqab è espressione della propria libertà personale. Come Umm Latif, impiegata di banca, che indossandolo intende dimostrare che esso non è un ostacolo nel mondo del lavoro o per guidare un’automobile. Anche se poi aggiunge che lo indossa a causa della sua bellezza e della gelosia del marito.

Critiche alla diffusione del niqab arrivano dai movimenti femministi, che, come sottolinea l’attivista Hamdiya Mutawakkil, la attribuiscono al dilagare delle tendenze conservatrici che logorano la società. “La maggioranza delle donne”, spiega, “preferiscono il velo solo sulla testa (hijab), ma alcune portano il niqab per una tendenza radicale dai risvolti socio-economici”. Unn Haider invece punta il dito contro i predicatori delle tv satellitari, che affermano che il niqab è un obbligo sancito dalla legge islamica. Le diverse dottrine o scuole religiose irachene infatti in questo sono piuttosto concordi, mentre sono diversi gli argomenti che adducono a favore del velo integrale.

Nonostante l’apertura scientifica, sociale ed economica degli ultimi anni, in Iraq il velo integrale si sta diffondendo progressivamente e sempre più donne velate si vedono nelle scuole e negli uffici governativi. Non si tratta più dunque di un modo di esprimere le proprie posizioni radicali in ambito religioso, anche se dopo il 2003 il niqab era stato utilizzato dalle donne kamikaze per compiere attentati.

Carlotta Caldonazzo

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