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Iraq: Buon compleanno, Stampa! (nonostante tutto)

Elaf (16/06/2012). Era il 15 giugno del 1869 quando il primo quotidiano iracheno, al-Zawara, vedeva la luce a Baghdad. Da allora sono passati 143 anni, e la situazione è completamente cambiata, soprattutto negli ultimi 9 anni dopo la caduta del regime di Saddam.

La sensazione più diffusa tra i cittadini comuni è i giornali siano diventati poco credibili; “La stampa è nel caos, quello che leggi su un giornale, è scritto in modo completamente diverso in un altro, ognuno santifica i propri leader e finanziatori, così ho deciso di smettere di leggerli”.

Gli esperti e i responsabili cercano di analizzare la situazione sotto altri punti di vista. Per il professor al-Salem,  preside della Facoltà di Informazione di Baghdad, si sta assistendo sempre di più ad un’assenza di distinzione tra notizia ed opinione, che rende la stampa meno obiettiva e meno seria. Inoltre l’assenza di una legge che protegga i giornalisti in modo serio rappresenta un macigno per la loro indipendenza. Un gran numero di giornalisti, più di settanta, ha infatti perso la vita nel paese tra assassini, bombe e morti accidentali, rendendo il conflitto in Iraq il più letale per i giornalisti negli  ultimi 25 anni.

La giornalista Zaynab Shamal, tra le cause, cita anche l’improvvisa esplosione post-Saddam: “nel 2003, la stampa, la cultura e l’arte sono diventate improvvisamente libere. Ognuno poteva essere qualsiasi cosa, anche a causa dell’assenza di controlli, e molti hanno iniziato a fare i giornalisti sena preparazione o professionalità, ma solo per il desiderio di esserlo e che inneggiavano o crocifiggevano l’uno o l’altro a seconda delle relazioni o dei soldi, creando, ovviamente, un decadimento della credibilità della stampa in generale”.

Ma è tutto da buttare? Certamente no, almeno secondo Kadhim Lazam, che si felicita per la libertà dei giornali dopo anni di oppressioni, del fiorire del numero di pubblicazioni e della loro diversità, cosciente che gli iracheni saranno in grado di scegliere ciò che è meglio per loro.


Valerio Masi

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