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Iran, We are journalists. Intervista a Ahmad Jalali Farahani

Intervista di Katia Cerratti.

DSC_0088La penna ha un potere indiscusso, da una penna possono uscire parole che si trasformano in armi potentissime, nel bene e nel male, capaci di difendere il coraggio delle idee ma anche di far pagare un prezzo altissimo a chi le scrive. Armi non convenzionali che fanno paura ai regimi, soprattutto se riflettono la realtà, e ancora più quando denunciano brogli, ingiustizie, affari loschi, annientamento dei diritti umani e torture. Se poi quella realtà si chiama Iran, l’epilogo è facilmente immaginabile.

Chi, più di un giornalista, può colpire al cuore un sistema malato? Un giornalista vero, che non si allinea, pur consapevole che il prezzo da pagare sarà alto, e spesso è la vita stessa e quando non è la vita, è un bavaglio che può equivalere alla morte. Ahmad Jalali Farahani, tutto questo lo sa bene. Nato nel 1975 in Iran, ha conseguito un master in Media Management alla Tehran University, ha collaborato con numerose testate come la Mehr News Agency, Shargh, Etemad-e-Melli, Jam-e- Jam, Hamshahri, Teheran Emrooz, coprendo la politica iraniana e le questioni sociali. Ha inoltre lavorato per la tv di Stato iraniana Irib. Giornalista ma anche regista e documentarista, ha realizzato un film che non è piaciuto al regime, “We are journalists”, presentato all’ultimo festival di  Internazionale a Ferrara pochi giorni fa. Un docu-film che denuncia quanto sia difficile la vita di chi difende la libertà di espressione in Iran ma anche di coloro che, costretti all’esilio, si ritrovano ad essere delle non-persone nel paese ospitante. Ahmad non ha mai avuto paura di scrivere la verità dei fatti, e così, nel febbraio del 2010, di ritorno da Dubai dopo un colloquio per una collaborazione con Radio Farda, fonte di notizie e informazioni che invece il regime censura, fu arrestato in aeroporto e inserito dal Ministero dell’Intelligence iraniano in una lista nera contenente sette membri ritenuti affiliati al movimento dell’Onda Verde, quel pacifico movimento che nel 2009 aveva manifestato per le strade di Teheran contro la rielezione del presidente Ahmadinejad. L’accusa era quella di agire contro la sicurezza nazionale in quanto membro di un network rivoluzionario. Il giovane giornalista venne arrestato per ben 3 volte con questa accusa e proprio la detenzione è stato l’ incubo che ha segnato in maniera quasi indelebile la sua vita. Ahmad fu rinchiuso infatti in un carcere tristemente noto per le torture inferte ai detenuti: Evin.

Ora vive da esule a Copenaghen, in Danimarca, e sarà lui stesso a raccontarci la sua esperienza di giornalista e di vita, in questa intervista che mi ha gentilmente concesso e per la quale gli esprimo profonda gratitudine.

 

Quando e come nasce “We are Journalists”? 
Nel 2005, quando ero senior reporter di Iran Newspaper, Ahmadinejad è diventato presidente dell’Iran con un broglio. We are journalists è nato quando Ahmadinejad è salito al potere. Il regime di Ahmadinejad cominciò a licenziare tanti giornalisti indipendenti come me e i miei colleghi. Poi il suo governo ha cominciato a vietare dozzine di giornali e siti web antigovernativi.
In quel periodo ho sentito che stava accadendo qualcosa e che dovevo fare qualcosa. Così ho cominciato a registrare numerose interviste di nascosto.

“Chiudere un giornale è come uccidere un giornalista”,Il giornalismo in Iran è come ballare coi lupi”.  Sono solo alcune delle dichiarazioni dei tuoi colleghi nel film. Cosa significa dunque, essere giornalisti in Iran?
Il giornalista e il giornalismo in Iran sono uno degli ultimi atti civili contro il dispotismo e la dittatura religiosa. Abbiamo due tipi di giornalisti in Iran in questo momento. Pro e anti sistema. Il giornalista che sceglie una linea critica – come un vero giornalista – dovrebbe aspettarsi la repressione e la tortura e naturalmente l’isolamento, l’esilio e il licenziamento. image1In Iran non abbiamo veri partiti politici. Quindi è responsabilità dei giornalisti cercare di portare, creare e difendere la democrazia e la libertà di parola. In questa situazione ti  dovresti aspettare, in quanto giornalista, sempre conseguenze negative e perfino la morte. Ecco perché il giornalismo in Iran è come ballare con i lupi.

Che tipo di pressioni psicologiche esercita il regime sui giornalisti iraniani?

I giornalisti iraniani stanno soffrendo per la sistematica auto censura e censura. Come giornalista sai sempre che non puoi scrivere la verità. Sai che non hai alcuna possibilità di far valere i tuoi diritti di cittadino se ti arrestano. D’altra parte, devi  sapere che molta gente perderà il lavoro se il giornale viene vietato a causa del tuo articolo, del tuo servizio, intervista, caricatura o foto! Naturalmente sai che nessuno ti sosterrà se le forze di sicurezza sono arrabbiate con te. Possono uccidere tua moglie o tuo marito. Possono uccidere i tuoi figli. O i tuoi genitori.

Paradossalmente, l’esilio è spesso l’unico modo per dar voce a chi in patria non può esprimersi e per far conoscere al mondo quelle realtà che i regimi censurano. Cosa significa per te vivere in esilio?

Vivere in esilio per me significa che sono un perdente. Ho perso il mio futuro, la mia casa, il mio lavoro, la mia macchina, la mia famiglia e gli amici migliori. Ho perso il mio paese, la mia identità. Sono perdente perché qui nessuno si preoccupa di sapere chi sono e perché sono qui. Per i Danesi sono solo un rifugiato che vuole prendere i loro soldi e il loro paese. Sono perdente, perché quando ho deciso di fuggire dall’Iran ho pensato di trovare molte persone nei paesi occidentali a sostenermi nello scrivere la verità e continuare a combattere contro il regime in Iran. Ma mi sbagliavo. Vivere in esilio per me è come una prigione e ogni giorno sto affrontando una tortura silenziosa che è una routine, senza alcuna possibilità di essere un vero giornalista. Ogni giorno mi pongo questa fottuta domanda: “Vale davvero la pena di perdere tutto a causa della libertà di parola?”

I dati statistici su arresti, torture e impiccagioni in Iran, fotografano una realtà inquietante. Cosa è cambiato da Ahmadinejad a Rohani in termini di diritti umani?

Nulla. Due giorni fa, le forze di sicurezza hanno arrestato due poeti in Iran per le loro poesie. Resteranno in prigione per 10 anni! La situazione dei giornalisti e del giornalismo è peggiorata rispetto al periodo di Ahmadinejad. Perché? Perché il regime cerca di inviare un messaggio chiaro a tutti i veri giornalisti iraniani, che le condizioni in Iran non sono cambiate, anche se abbiamo fatto un accordo con le superpotenze nel mondo. D’altra parte il regime cerca di ignorare la corruzione economica del precedente governo in Iran. Così nessuno può scriverne né menzionarla. Non potremmo nemmeno se i giornalisti e il giornalismo in Iran recuperassero autorità.

Cosa non ha funzionato nel movimento dell’Onda Verde del 2009 e quanto ha inciso sul suo indebolimento la forte repressione e la mancanza di un capo carismatico?

Le reazioni dei gruppi di opposizione fuori dall’Iran. Essi non hanno compreso che il movimento dell’ Onda Verde era un movimento civile non una rivoluzione. Non hanno capito che questo movimento è un movimento riformista e non un movimento radicale. Il Movimento Verde era soltanto una protesta contro i risultati delle elezioni. Noi chiedevamo soltanto nuove elezioni e niente più,  ma i gruppi politici di opposizione fuori dall’Iran sono stati fraintesi e hanno accresciuto le aspettative sui  nostri leader che non volevano cambiare il regime. Ecco! Non potevano agire come i leader di opposizione. Ma le reazioni dell’opposizione diventarono la migliore opportunità per il regime in Iran. Essi cercarono di presentarci come un movimento anti islamico e così perdemmo sostegno. D’altra parte, le superpotenze nei paesi occidentali non ci hanno sostenuto. Obama ha scritto una lettera a KAhmad Paris 15.11.2013hamenei (la Guida Suprema dell’Iran) mentre la gente manifestava contro il regime ogni giorno. Per i paesi occidentali il movimento dell’Onda Verde è stato solo un’opportunità per premere sul regime affinché fornisse più punti ai negoziati nucleari e niente più.

All’ultimo festival di Internazionale a Ferrara, il tuo documentario ha riscosso un grande consenso da parte del pubblico italiano. Come hai vissuto questo evento?

Ero davvero felice. Ho pensato che non sono solo, almeno in Italia. Ringrazio tutti gli Italiani e per un paio di giorni non mi sono sentito perdente. Spero davvero e mi auguro di poter vivere nel vostro paese un giorno.

Se hai la speranza resti vivo, senza speranza soccombi”. È uno dei messaggi chiave del tuo documentario. Ma per l’Iran, c’è speranza?

Viviamo con la speranza. Permettimi di avere fiducia nel futuro. Ho speranza, perché il problema più grosso per il dispotismo è il dispotismo. La storia ci dice che il popolo iraniano non può vivere a lungo con il dispotismo. Ricordate, 37 anni, 40 anni non sono nulla nella storia. Ho speranza, perché se abbiamo un presidente moderato in Iran è grazie al Movimento Verde. Ho speranza perché il Movimento Verde è ancora vivo. Anche se il regime pensa che sia morto.


Katia Cerratti

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