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Iran e Stati Uniti: fine degli interessi condivisi in Iraq

Iran USA

L’opinione di Al-Quds. Al-Quds al-Arabi (18/09/2014). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

L’Iran sta inviando numerosi segnali che manifestano il proprio malcontento per il ritorno dell’America in Iraq e che suggeriscono la fine del connubio di interessi stabilitosi tra i due Paesi quando i primi plotoni di Marines hanno messo piede sul territorio iracheno. Le dichiarazioni iraniane provengono dai più alti livelli politici: dall’ayatollah Khamenei, che ha rivelato i tentativi americani di chiedere all’Iran un coordinamento nella campagna contro Daish (conosciuto in Occidente come ISIS), alle reazioni delle due ali “moderata” ed “estremista” della leadership iraniana, nella persona del ministro degli Esteri che ha confermato il rifiuto del suo Paese di coordinarsi con gli USA.

Tuttavia, i fatti sul terreno non coincidono necessariamente con le dichiarazioni politiche. Nella battaglia per liberare la città di Amerli dall’assedio dei militanti di Daish, i media iraniani hanno confermato il coinvolgimento delle proprie forze, mentre il ministero della difesa americano ha annunciato di aver lanciato raid aerei sui combattenti del Daish che assediavano la città. Ciò significa che l’Iran ha assicurato le forze di terra e l’America ha fornito la copertura di fuoco aerea. Il modello della battaglia di Amerli ha rivelato che le due parti, americana e iraniana, a prescindere dalle roboanti dichiarazioni pubbliche, interagiscono con la realtà locale irachena con grande pragmatismo.

Si possono notare graduali sviluppi nella posizione americana e iraniana dopo la presa di Mosul da parte di Daish: all’’inizio gli USA hanno tentato di sollecitare l’Iran a risolvere la questione militarmente. Ma Khamenei ha rifiutato questo tipo di “coordinamento” che avrebbe accollato la fattura militare solo al bilancio della guardia rivoluzionaria iraniana senza un corrispondente cospicuo costo politico a carico dell’America, né in merito al dossier nucleare, né rispetto allo scenario siriano, libanese o yemenita. Gli USA, pertanto, si sono indirizzati verso il “coordinamento” con altri “alleati” che accettano costi inferiori di quelli dell’Iran.

Con l’arrivo di Paesi arabi quali Arabia Saudita, Egitto ed Emirati sul treno “della coalizione internazionale contro Daish”, la bussola si è orientata verso la rimozione di Al-Maliki e la maggiore partecipazione politica dei sunniti iracheni. Con la richiesta del Qatar e della Turchia di saltare sul treno della coalizione, gli americani sono stati costretti a offrire proposte”“utili” per persuadere gli alleati del loro impegno a risolvere l’intricata situazione siriana. Ma l’irritazione iraniana è aumentata a tal punto da riflettersi in una pericolosa escalation di sicurezza in Yemen, un maggiore sostegno al regime siriano in denaro e armi, nonché nel continuo coinvolgimento di Hezbollah sul territorio siriano e nel blocco dell’elezione del presidente della Repubblica libanese.

Questi sviluppi costringono praticamente l’America a cambiare la sua strategia irachena e siriana e ciò porta necessariamente a una parziale modifica del grande squilibrio causato dall’occupazione dell’Iraq e dal progressivo controllo iraniano sul Paese. Questo si rifletterà in un maggior avvicinamento alle tribù sunnite irachene, in cambiamenti politici nella costituzione della “coalizione siriana” così come nel numero ed equipaggiamento delle forze “dell’esercito siriano libero”. Giungeranno dunque molteplici segnali di allarme all’Iran che potrebbe compiere passi ostili nei confronti dell’America e determinare un’escalation della crisi tra i due Paesi.

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Roberta Papaleo

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