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Iran: quando mullah e generali dimenticano i loro doveri

Di Amir Taheri. Asharq al-Awsat (22/05/2015). Traduzione e sintesi di Ismahan Hassen.

Chiunque abbia seguito i media della Repubblica Islamica dell’Iran in questi giorni, può certamente concordare su una parola in slang di lingua persiana, capace di descrivere la situazione politica a Teheran più di qualsiasi altra sofisticata terminologia.

La parola balbashu, è difficile da tradurre con precisione. L’equivalente più prossimo, nella maggior parte delle lingue europee, sarebbe “cacofonia”, mentre in arabo colloquiale si potrebbe prendere come riferimento la parola egiziana dowshah. Tuttavia, la parola balbashu ha in sé ben altri livelli di significato. Essa descrive infatti, una situazione in cui molte voci si alzano e vengono ascoltate, ma non capite, mentre tutta l’atmosfera intorno manifesta una perdita di controllo e caos.

Allora perché supporre che vi sia una situazione di balbashu in Iran oggi?

Una delle ragioni è che troppi funzionari e semi-ufficiali delle forze armate parlano di troppe cose che non hanno nulla a che fare con quelle che sono le loro responsabilità. Difficilmente passa giorno senza che qualche generale faccia un discorso, una dichiarazione o anche scriva un editoriale per ciò che riguarda tutta una fitta serie di questioni. Nonostante il diffondersi di questa tendenza, nell’esercito regolare iraniano vi è anche chi continua a portare avanti l’antica tradizione per cui i militari non parlano mai in pubblico.

Oltre ai militari, oggi l’Iran ha poi un numero ancora maggiore di mullah che amano esporre al sole qualsiasi loro pensiero, avendo a cuore i propri interessi e mostrando poca attenzione per il sistema khomeinista del velayat-e faqih (tutela del giurista). Quest’orda di figure importanti, è ampia abbastanza per contribuire a questo balbashu in grande stile.

Non risulta escluso dal balbashu collettivo, il presidente Hassan Rohani che continua a girare il Paese, facendo discorsi che vanno dalla sfera esoterica a quella del bizzarro. Dopo aver trascorso la prima metà del suo mandato di presidenza senza aver ottenuto nulla di cui si possa essere orgogliosi, Rohani ha riposto le sue speranze su un rimbalzo prodotto dall’accordo sul nucleare, che ancora stenta ad arrivare.

Ci sono società che soffrono di troppo silenzio, in cui l’azione procede senza suono, avendo lo stile dei vecchi film muti. Ci sono poi però anche società dove c’è fin troppo rumore e furore che non ha alcun significato. In questa fase di balbashu, l’Iran appartiene ovviamente alla seconda categoria.

Mentre i generali trattano di linguistica e della liberazione di Gerusalemme, non proteggono i confini della nazione. I mullah, dal canto loro, non sono messi meglio. Quand’è che l’ayatollah Hojati ha pubblicato un trattato teologico? La risposta è: mai! Tutto quello che sa fare è ripetere come un pappagallo i classici luoghi comuni sul “Grande Satana”, sulla minaccia dei DVD importati dall’Europa e così via.

Quindi, qual è in definitiva il modo migliore per definire il termine balbashu? Forse il seguente: una situazione in cui nessuno fa il proprio lavoro e tutti ci si diletta a pensare e filosofeggiare su cose al di sopra delle proprie attitudini e del proprio grado.

Amir Taheri è stato capo redattore del quotidiano iraniano Kayhan dal 1972 al 1979. È giornalista di Asharq Al-Awsat dal 1987.

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Roberta Papaleo

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