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Iran: non è ancora una rivoluzione

Le proteste iraniane non possono ancora essere considerate l’inizio di una rivoluzione, ma se il regime non saprà ascoltare i manifestanti, la “questione iraniana” rischierà di sconvolgere lo scenario geopolitico mediorientale e mondiale

Di Marwan Qabilan. Al-arabi al-jadeed (06/01/2018). Traduzione e sintesi di Laura Serraino.

Dal 28 dicembre l’Iran è testimone di atti di protesta, iniziati nelle due città di Mashad e Nishapur, nel nord est del paese, con i cittadini che criticano il governo del presidente Rohani e le sue politiche neoliberiste, in particolare il bilancio del suo nuovo governo che riduce la dipendenza dai ricavi del petrolio al 35%, compensando con l’aumento delle tasse e delle imposte e dei prezzi del carburante. Le richieste della massa hanno adottato inizialmente alcuni simboli della tendenza conservatrice, guidata da Ebrahim Raisi, rivale di Rohani. Tuttavia, quando le manifestazioni si sono estese a Teheran e poi alle regioni marginali hanno assunto dimensioni politiche, criticando la politica estera del governo e invitandolo a innalzare il tenore di vita delle famiglie e a fornire lavoro ai giovani.

Molti tendono a paragonare queste proteste a quelle del 2009, ma, in generale, nonostante la scarsità di informazioni, è possibile formulare una serie di osservazioni per comprenderle meglio. Primo, le proteste non sono ancora una rivoluzione, ma possono diventarlo, se coinvolgono più strati sociali, specialmente le classi medie. Secondo, sono più diffuse rispetto al 2009, ma con meno partecipanti. Terzo, sembra che i manifestanti vengano dalle classi povere ed emarginate, mentre è mancata un’ampia partecipazione della classe media. Quarto, le proteste mancano di leadership politica. Quinto, riflettono una profonda divisione tra le élite politiche e hanno rappresentato un’occasione per Raisi per screditare Rohani. Sesto, i riformisti sembrano completamente assenti. Settimo, partecipano alle proteste forze esterne al regime, come i sostenitori della monarchia, il gruppo dei mujaheddin, e gli abitanti di zone periferiche non a maggioranza persiana, marginalizzati e discriminati. Ottavo, manca un’organizzazione generale in grado di collegare i diversi obiettivi dei manifestanti. Nono, l’ambiente regionale e internazionale sembra più disposto a sostenere le attuali proteste rispetto al 2009. Oggi i nemici del regime sono molti di più e alcuni sembrano volere un cambio di regime, come il presidente Trump. Decimo, il grande interesse per le manifestazioni sottolinea l’importanza dell’Iran nello scenario geopolitico regionale e mondiale, in virtù del rapporto con la Russia e della collaborazione in Siria e Afghanistan, della posizione centrale dell’Iran nel progetto della nuova via della seta cinese, del riavvicinamento tra Iran e Pakistan, dell’influenza sulla Turchia e la questione curda e di altre questioni controllate dall’Iran. Quindi, qualsiasi destabilizzazione del regime sarà un evento globale, per influenze e conseguenze.

Finora, non vi è alcuna indicazione che il regime iraniano sia minacciato dalle proteste, ma è probabile che le cose peggioreranno se il regime deciderà di ignorare le richieste dei manifestanti e di usare la forza. Dopo quattro decenni di governo, molti cercano di distruggere il regime. Se ciò accadrà non troverà nessuno che lo supporti.

Marwan Qabilan è uno scrittore e ricercatore siriano.

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Redazione

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