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Iran, Mohsen Makhmalbaf: “Ogni giorno almeno due persone vengono uccise per mano del governo”

Articolo di Katia Cerratti

 “L’Iran è un paese ricco grazie al suo petrolio. Abbiamo una grande cultura e una popolazione istruita. Sfortunatamente non abbiamo una classe politica altrettanto istruita. L’anno scorso il nuovo governo ha cercato di risolvere la questione della bomba atomica facendo un accordo con i paesi stranieri, ma abbiamo ancora un problema di democrazia. Ogni giorno almeno due persone vengono uccise per mano del governo. Lo scorso anno più di 700 persone sono state uccise nelle prigioni iraniane. Le donne iraniane sono costantemente sotto la pressione del regime islamico. Artisti e giornalisti non sono messi in condizioni di lavorare in modo libero”.

Questo, il video messaggio-denuncia che il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf ha rilasciato il 12 novembre scorso alla Casa del Cinema, nell’ambito della mobilitazione promossa da Iran Human Rights Italia per salvare il regista Keywan Karimi, condannato a 223 frustate e 6 anni di carcere per i suoi film. L’evento ha visto la partecipazione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, Daniele Cini, rappresentante dell’Associazione di registi e sceneggiatori 100Autori, Sncci, Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, e il Sngci, Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, oltre alla proiezione dei videomessaggi inviati dallo stesso Keywan Karimi, dal giornalista italo iraniano Ahmad Rafat e dal regista italiano Daniele Vicari. Keywan, nel suo video messaggio ha

Keywan Karimi
Keywan Karimi

ribadito molti aspetti già affrontati nella nostra precedente intervista , ma si è detto amareggiato per essere stato lasciato solo in Iran dai suoi colleghi.

“… Ogni giorno purtroppo sentiamo notizie come quella di Keywan Karimi. Artisti, giornalisti, registi, succede questo in Iran” – ha affermato Makhmalbaf.

Una denuncia forte quella del regista di Viaggio a Kandahar, a cui ha fatto seguito la chiara sintesi del giornalista Ahmad Rafat:“Scrivere una poesia, fare un documentario, secondo le leggi della Repubblica islamica, se non lodano la Rivoluzione e il governo, allora minano la sicurezza dello Stato”. Rafat, nel suo videomessaggio inviato da Londra, ha invitato tutti ad indignarsi per la sentenza di Karimi e a fare appello a Matteo Renzi affinché affronti il problema dei diritti umani con Rohani. Tutti confidavano infatti in quella visita in Italia del presidente iraniano, prevista per il 14 novembre ma poi rimandata dopo i tragici fatti di Parigi. Lo auspicava la stessa presidente di Iran Human Rights Italia, Cristina Annunziata, e il regista Daniele Vicari nel suo video messaggio.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha posto l’accento su quanto i diritti umani siano sempre ogni volta un elemento strumentale e strumentalizzato nelle relazioni internazionali e in quelle bilaterali: “Durante la presidenza di Ahmadinejad i diritti umani erano usati all’interno di un’agenda antagonista di buona parte della comunità internazionale nei confronti dell’Iran […] Paradossalmente parlare di diritti umani sotto il cattivo presidente era molto semplice. Oggi sotto il buon presidente i diritti umani sono un ostacolo…Io credo che il governo iraniano faccia il suo, è un governo che viola i diritti umani, con la pena di morte, con la repressione nei confronti delle donne […] l’Iran è il secondo paese al mondo per numero di condanne a morte […] Non è nemmeno colpa del governo perché il suo mestiere è quello di violare i diritti umani. La colpa io la dò principalmente a chi con quel governo ha un’agenda di rapporti economici, commerciali, basati sul denaro, scordandosi i diritti umani”.

Indignazione dunque, per le continue violazioni, per la sentenza inflitta a Keywan, per l’arresto di poeti, giornalisti e intellettuali, per la pressione cui devono sottostare migliaia di giovani iraniani, di donne invisibili, di artisti costretti a soffocare creatività e talento. Il regista Daniele Cini di 100Autori ha giustamente sottolineato durante la conferenza, quanto “una sentenza medievale come quella inflitta a Karimi sia in contraddizione con una terra di cultura e di poeti come l’Iran”.

Già, terra di grande cultura e di grandi poeti e il pensiero va a Forough Farrokhzad, icona ribelle della letteratura persiana, che ha reso poetica la trasgressione, ha lottato per la libertà e a quasi 50 anni dalla sua morte sembra che in Iran non sia cambiato nulla, né per le donne né per chi lotta per la libertà di espressione.

Forse la spiegazione a questo stallo sta nella riflessione conclusiva del videomessaggio di Makhmalbaf: “Purtroppo però il presidente iraniano non ha potere, tutto il potere è nelle mani del Leader Supremo (Khamenei). Il popolo iraniano vota il suo presidente ma questo non ha potere. Tutto passa per il Leader Supremo (Khamenei)  …lui controlla tutto…” . Come dire, l’indignazione, gli appelli a Matteo Renzi e a Rohani lasceranno il tempo che trovano se non verranno recepiti e metabolizzati da chi ha il vero potere decisionale.

 

 

 


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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