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Iran, Mehdi Rajabian e il setar “sospeso”. Il bavaglio del regime agli artisti iraniani

Articolo di Katia Cerratti

Il setar di Mehdi Rajabian non suona più. Le corde di uno dei più antichi e suggestivi strumenti della cultura persiana non vibrano più. Nel 2015 è infatti sceso il silenzio su quelle magiche note che narravano la storia dell’Iran perché un tribunale iraniano, in soli 15 minuti, ha  deciso che Mehdi e suo fratello Hossein, regista, avevano offeso con la loro arte la sacralità dell’Islam e messo in atto una vera e propria propaganda contro il sistema, oltre a ritenerli responsabili di attività illegali nel settore audiovisivo. Per questi motivi dunque, i due fratelli, sono stati condannati a sei anni di carcere, in appello ridotti a tre più tre anni di pena sospesa subordinata alla buona condotta, oltre al pagamento di 20 milioni di toman (circa 6,600 dollari) e all’assoluta cessazione di qualsiasi attività artistica. Entrati in carcere nel giugno 2016, i due artisti hanno sopportato torture, scariche elettriche, percosse e sono stati costretti ad autoconfessioni televisive con la minaccia dell’ergastolo.

Mehdi, malgrado sia malato di Sla, si è visto più volte negare le cure necessarie fino a rischiare di non poter più camminare. Stesso trattamento per Hossein che ha gravi problemi renali. Attualmente sono liberi per motivi di salute ma la pena è sospesa e il loro calvario dunque, non è finito. Un calvario iniziato il 5 ottobre 2013, quando Mehdi, fondatore dell’etichetta musicale underground Barg music insieme al fratello e all’amico Yousef Emadi (anche lui condannato), e distributore di brani di artisti iraniani residenti all’estero, stava lavorando all’album “History of Iran narrated by setar”, un lavoro di ricerca, ispirato alla storia dell’Iran, che alle note del setar aggiunge suoni ambientali registrati in varie zone del paese.

La Barg music è un’etichetta non autorizzata ma più volte i fratelli Rajabian hanno richiesto al Ministero della Cultura e della Guida Islamica, la licenza per poter operare legalmente e puntualmente si sono visti negare l’autorizzazione. Una pratica, questa, che la Repubblica islamica usa per frenare la diffusione di idee liberali attraverso l’arte. Per questo motivo la Barg music è stata costretta a lavorare clandestinamente. Così, quel 5 ottobre 2013, le forze di sicurezza iraniane entrano nello studio di registrazione di Mehdi, confiscano tutti gli hard disk contenenti i brani a cui stava lavorando, chiudono lo studio e bandiscono il suo album. I due fratelli e il loro amico Yosuef Emadi vengono arrestati. Al fratello di Mehdi, Hossein, viene contestata la realizzazione di un lungometraggio  sul diritto delle donne al divorzio, mai proiettato in Iran, dal titolo “The upside down triangle”. Hossein, grazie ai suoi lavori cinematografici,  era stato ammesso all’Università della Musica e dello Spettacolo di Vienna ma gli viene confiscato il passaporto impedendogli così di partire. Tra le accuse mosse a Mehdi, anche quella di aver distribuito e trasmesso brani eseguiti da voci femminili, violando cosi un divieto che impone alle donne di non esibirsi di fronte a un pubblico maschile per non suscitare pensieri e stimoli peccaminosi.

Dopo l’arresto, Mehdi viene portato in un luogo sconosciuto insieme a Hossein  e per 18 giorni i due artisti vengono picchiati e sottoposti a torture e scariche elettriche. Trasferiti nel famigerato carcere di Evin, restano in isolamento per due mesi  e vengono liberati nel dicembre 2013 su cauzione, in attesa della sentenza. Nel maggio 2015, vengono convocati dalla 21esima sezione del Tribunale rivoluzionario.  Malgrado ribadiscano di essere stati costretti a confessare, vengono ritenuti colpevoli e condannati a sei anni di carcere e al pagamento di 20 milioni di toman (6.600 dollari).
Mehdi protesta su instagram e dichiara di essere disposto a vendere l’unica cosa che ha, il suo setar, per pagare la multa. In occasione del Music Freedom Day“Free Muse” , l’organizzazione internazionale per la difesa della libertà di espressione nel campo della musica e il sito web del Music Freedom Day, sostengono fortemente le proteste di Mehdi Rajabian. La Fondazione Muse Freeman supporta la vendita dello strumento di Mehdi Rajabian e sarà il musicista belga Johan Verminnen ad acquistarlo, con una cerimonia a lui dedicata. Nel febbraio 2016, nel processo d’appello, il tribunale conferma la multa ma commuta la condanna a tre anni di carcere e a una sospensione condizionale di tre anni. I fratelli Rajabian cominciano a scontare la pena il 5 giugno 2016. Dall’arresto al processo di appello, ai due artisti viene sempre negato  il diritto alla rappresentanza legale.

Mehdi ha la sclerosi multipla ma nei primi due mesi di carcere gli vengono negate cure mediche adeguate. 
Nel settembre 2016, insieme a Hossein, inizia un drastico sciopero della fame per il diritto ad una seria assistenza medica. All’inizio e alla fine di dicembre 2016, Mehdi viene ricoverato per ben due volte in ospedale. Gli viene concesso un congedo medico temporaneo ma malgrado nel febbraio 2017, una speciale Commissione della Magistratura iraniana, certifichi  che Mehdi Rajabian non può essere tenuto in cella perché malato di sclerosi multipla, gli viene comunque negata la libertà. I problemi di salute dei fratelli peggiorano e un altro permesso medico viene concesso a marzo 2017. Il 6 aprile 2017 tornano in carcere.  Il 22 giugno 2017, vengono temporaneamente rilasciati su cauzione per motivi di salute ma non è escluso il loro rientro in carcere.

Un calvario dunque, un terribile stillicidio contro il quale, da più parti del mondo, sono state promosse campagne per il rilascio dei due artisti. Amnesty ha promosso la campagna  #FreeArtists,  Peter Gabriel e Johnny Deep, dopo aver organizzato una petizione internazionale attraverso Amnesty, hanno lanciato una campagna contro la censura dal titolo “Art is not a Crime”, a supporto di Mehdi e di tutti gli artisti iraniani che la subiscono. Ban Ki Moon, l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Freemuse, International Campaign for Human Rights, Arterial Network, ArtistSafety.net, the European Composer and Songwriter Alliance, the European Council of Artists, the Index on Censorship, the International Committee for Artists Freedom, l’Observatoire de la liberté de création e PEN International, hanno chiesto alle Autorità iraniane di porre con urgenza l’attenzione su questo caso facendo cadere tutte le accuse  nei confronti di Mehdi e Hossein Rajabian e Yousef Emadi. L’associazione internazionale United Sketches , ha lanciato la campagna “Cartoon for freedom”, invitando tutti i fumettisti del mondo a sostenere Mehdi attraverso i loro disegni.

La famosa artista iraniana Shirin Neshat, vincitrice nel 2009 del  Leone d’Argento per la miglior regia al 66° festival di Venezia con il lungometraggio Donne senza uomini, lo scorso anno ha lanciato un appello su Instagram per la liberazione di Mehdi scrivendo:”No artist should be imprisoned for making art”. Il 3 marzo scorso, nel corso del meeting annuale delle Nazioni Unite, è stato ribadito quanto sia grave la questione dei diritti umani in Iran riportando l’attenzione proprio sul caso di Mehdi Rajabian.

E’ importante che non si spengano i riflettori sul caso di Mehdi e su tanti altri artisti e giornalisti iraniani che da anni non hanno più voce. Lo stessi Mehdi, durante uno dei suoi ricoveri in ospedale scriveva:

“La paura più grande per un artista in prigione è quella di essere dimenticato”.

Noi non dimentichiamo, chi invece ha la memoria corta è il regime iraniano che nel 1975 ha ratificato la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici ma continua a trattare gli artisti come assassini.


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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