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Iran: la linea anticurda di Ankara potrebbe essere un’opportunità

Di Mahan Abedin. Middle East Eye (13/08/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo

Dall’Iran, la richiesta di Ankara di imporre in territorio siriano una zona cuscinetto e una no fly zone e i tentativi del governo turco di sconfiggere definitivamente il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) sembrano avere un fine ben preciso. Si tratta infatti di due obiettivi strategici, conquistati i quali, il peso geopolitico di Tehran ne risulterebbe sensibilmente ridimensionato. Entrambi potenze regionali, Iran e Turchia non condividono la stessa linea sul conflitto in Siria, ma hanno in comune l’interesse di affrontare la questione curda, sia pure da due prospettive divergenti. Se Ankara mira a deporre, o almeno indebolire, il presidente siriano Bashar al-Assad, colpendo al contempo le postazioni del PKK anche in territorio siriano e iracheno, Tehran spera, al contrario, di rafforzare il regime siriano ed esercitare pressione sul Governo Regionale del Kurdistan iracheno (KRG), guidato dal Partito Democratico del Kurdistan (KDP) di Massoud Barzani.

La virata interventista del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e del premier Ahmet Davutoğlu in Siria, compreso l’ultimo accordo con gli USA per l’uso della base turca di İncirlik nei raid contro i cartelli del jihad, è stato visto da diversi politologi iraniani come parte della strategia volta a rovesciare Assad. Così, dalle reti sociali si è alzato un coro di accuse da parte di attivisti e blogger contro la Turchia, prima fra tutte quella di sostenere Daish e altre formazioni jihadiste minori in Siria e di colpire invece le postazioni delle Unità di Difesa Popolare curde (YPG, ala armata del Partito di Unione Democratica, vicino al PKK). Pertanto, l’Iran potrebbe considerare la possibilità di offrire un sostegno almeno finanziario a queste ultime, pur mantenendo come obiettivo primario la tenuta del regime siriano. Anche se un vero e proprio accordo tra Tehran e le YPG resta un’ipotesi piuttosto remota, poiché presuppone un tavolo di trattative con il PKK, dunque una scelta piuttosto rischiosa per Tehran.

In Iran infatti, ha base il Partito per la Vita Libera in Kurdistan (PJAK), che negli scorsi decenni ha ha ingaggiato duri scontri a fuoco con l’esercito di Tehran. Le autorità iraniane, a loro volta, hanno reagito arrestando e giustiziando decine di militanti e simpatizzanti (anche solo sospetti). La scelta di una soluzione militare della questione curda, ha accomunato dunque Iran e Turchia per decenni. Ankara trasmetteva infatti a Tehran le informazioni raccolte dagli USA sui movimenti delle formazioni curde in territorio iracheno. Un eventuale contatto con il PKK dunque comporterebbe per l’Iran non solo l’inizio di un conflitto con la Turchia dall’esito geopolitico incerto, ma anche il rischio dover affrontare le rivendicazioni della propria minoranza curda. D’altro canto, un’alleanza con il PKK consentirebbe all’Iran di lanciare un monito al KRG e a Barzani, in linea, tra l’altro, con le richieste di Adel Murad, fondatore del Partito di Unione Patriottica (PUK), rivale del KDP. Per ora, Tehran ha scelto la linea della cautela, limitandosi a sostenere il regime di Damasco e a sperare che l’ultima deriva anticurda comprometta la credibilità internazionale di Ankara (visto che le forze curde sono state le uniche finora a tener testa a Daesh), indebolendo il suo peso in Siria.

Mahan Abedyn è un analista politico iraniano.

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Carlotta Caldonazzo

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