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Iran: una falsa democrazia che costa caro

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Di Eyad Abu Shakra. Asharq al-Awsat (02/03/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Quale che sia il concetto di ‘democrazia’ per le autorità di Teheran, l’attuale regime iraniano è sorretto da una solida base di carattere teocratico-securitaria che detiene il diritto di scegliere chi può candidarsi al parlamento, chi all’Assemblea degli Esperti e chi, infine, dev’essere etichettato come traditore. Questa ‘democrazia’ è riservata a quanti si oppongono alla politica del regime, prima di finire in esilio o in prigione.

Tuttavia, sta solo agli iraniani decide se il regime dei Mullah, sostenuto dalla Guardia Rivoluzionaria e i suoi sistemi di intelligence, riflette più o meno le sue aspirazioni. Il vero problema è che l’attuale amministrazione USA si fida del regime di Teheran più di quanto lo facciano gli iraniani stessi. E questa situazione sta costando caro al mondo arabo.

Di certo, gli arabi hanno pagato un caro prezzo – in termini di politica, di sicurezza e di sviluppo – le scommesse di Barack Obama sulla vittoria di Hassan Rohani alle presidenziali nel 2013 e sulle fatwa di Ali Khamenei sulle armi nucleari. Credo sarebbe ingenuo separare la posizione negativa di Washington nei confronti della rivolta siriana dai negoziati condotti in Oman sul nucleare con Teheran alle spalle dei suoi alleati arabi. Ancora, sarebbe ingenuo separare tali negoziati dalla decisione di Washington di concentrare tutti i suoi sforzi nella lotta contro Daesh (ISIS), contro Al-Qaeda e persino contro l’islam politico sunnita ‘moderato’ in Medio Oriente.

Nel frattempo, nelle ultime settimane la macchina mediatica statale iraniana – che ormai è penetrata con successo nel mondo arabo – non ha fatto che sottolineare “l’importanza” delle elezioni. In seguito, i media si sono concentrati nell’evidenziare “l’alata partecipazione” alle votazioni, segno di un ampio sostegno popolare, cosa che Washington e Mosca avevano bisogno di vedere per giustificare l’aver dato all’Iran un maggiore ruolo nella regione alle spese degli arabi.

Purtroppo, finora gli arabi non sono riusciti a contrastare questa imminente minaccia con la dovuta lucidità e solidarietà. Ancora peggio, alcuni paesi arabi rifiutano di vedere il potenziale pericolo costituito da questo assalto dell’Iran all’ordine internazionale e alla coesistenza settaria, nonostante quanto accade in Iraq, Siria, Libano e Yemen. In questi quattro paesi, Teheran ha diversi gradi di “controllo”: dall’occupazione de facto in Iraq e Libano, alla guerra civile aperta in Siria e Yemen. Da parte sua, l’Iran ha fornito a questi paesi strumenti di divisione e distruzione delle istituzioni statali: armi, assassini politici, autobombe, nonché agitazione settaria alimentata tramite i media.

Un regime fascista come quello di Teheran potrebbe risultare pericoloso anche per coloro che lo aiutano: l’apparato di intelligence della Guardia Rivoluzionaria è sempre più intollerante anche nei confronti di quanti promuovono gli interessi dell’Iran, in nome della libertà e della democrazia.

Sin dal 1948, le principali potenze occidentali hanno negato di riconoscere il diritto di auto-determinazione dei palestinesi perché hanno sempre dichiarato che Israele “è l’unica democrazia in Medio Oriente”. Oggi vediamo una società israeliana sempre più “militante” e una reazione palestinese sempre più estrema alle spese della “soluzione a due Stati”.

Oggi l’Occidente, al timone della comunità internazionale, sta commettendo lo stesso errore: si concentra solo nella lotta contro Daesh, ignorando l’estremismo dei Mullah di Teheran e della Guardia Rivoluzionaria e dimenticando che “l’estremismo genera estremismo”.

Eyad Abu Shakra è il managing editor di Asharq Al-Awsat.

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Roberta Papaleo

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