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In Iraq, gli Acrassicauda hanno preferito il metal alla violenza

Your Middle East (25/05/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

“Non volevamo imbracciare le armi e andare a sparare alla gente. La violenza non è mai stata la soluzione, in realtà”, afferma Marwan Hussein, batterista e paroliere della band irachena degli Acrassicauda. Il metal, invece, ha fornito un metodo “passivo aggressivo con il quale poter far sentire le nostre voci”, aggiunge. Faisal Mustafa, il cantante, dice che l’heavy metal è “terapeutico”: si può dare sfogo alla rabbia, ma in maniera socialmente accettata.

Gli Acrassicauda – nome latino di uno scorpione diffuso in Iraq – erano in prima fila sulla nuovissima scena metal di Baghdad quanto le restrizioni sociale si sono allentate dopo l’invasione americana del 2003. Tuttavia, come molte cose in Iraq, la strada da percorre era molto lunga e dolorosa. La band è scappata dopo che il posto dove facevano le prove è stato bombardato.

Finalmente quest’anno, a News York e a 15 anni dalla loro prima formazione, gli Acrassicauda sono riusciti a pubblicare il loro primo disco registrato in studio, dal titolo “Gilgamesh”.

Il loro album è politico solo in modo trasversale. Il nome del disco fa riferimento a un antico poema epico mesopotamico, considerato come la prima opera letteraria – un’allusione al ricco passato dell’Iraq. I testi, tutti in inglese, esplorano i temi della rinascita e della ricerca della libertà, ma sempre evocando immagini della mitologia, senza riferimenti alla politica moderna dell’Iraq. I membri della band insistono che la musica parla da sé e si rifiutano di dare la loro opinione sui fatti recenti, perché “la politica ha in un certo senso rovinato la vita di molte persone”, dice Marwan.

Gli Acrassicauda sono scappati dall’Iraq nel 2006, dopo aver ricevuto minacce da figure conservatrici, le cui accuse contro la banda andavano dalla venerazione di Satana alla diffusione di depravati valori occidentali. Ma si considerano fortunati: sono rimasti illesi e si sono guadagnati un piccolo seguito dopo essere apparsi nel documentario “Heavy Metal in Baghdad”. Vice, il produttore del documentario, è riuscito a racimolare consensi per la band, i cui membri hanno viaggiato per la Siria e la Turchia prima di arrivare negli Stati Uniti all’inizio del 2009.

Dopo tanto lavoro e tanti sacrifici, sono riusciti a pubblicare un EP nel 2010, dal titolo “Only the Dead See the End of the War” e hanno intrapreso un tour negli Stati Uniti, aprendo anche uno dei concerti della famosa band Ministry. Purtroppo, il costo perla produzione di un album restava proibitivo.

“Ci sono voluti 15 anni per fare un album”, dice Marwan, il quale confessa il desiderio più remoto del gruppo: tornare a suonare in Iraq. “Ce ne potrebbero volere altri 15 per tornare in Iraq […] ma credo che tutta la storia della band si basa su sogni a lungo termine. C’è sempre la luce alla fine del tunnel”.

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Roberta Papaleo

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