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In Arabia Saudita, Starbucks si piega di fronte alla polizia religiosa

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Di Edouard Lamort. L’Obs (05/02/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

“Le donne non possono entrare. Si prega di mandare il proprio autista a prendere l’ordine”: questo l’annuncio, in arabo e inglese, appeso da inizio febbraio all’entrata di uno Starbucks di Riyad.

Sorprese, alcune clienti hanno subito condiviso il loro scontento e la loro indignazione su Twitter: “Si sono rifiutati di servirmi semplicemente perché sono una donna e mi hanno chiesto di mandare un uomo al mio posto”, scrive una di loro.

Quindi, l’influentissimo Comitato saudita per la promozione della virtù e per la prevenzione del vizio – l’organo di censura del regno – ha ordinato al personale del locale di proibire l’accesso all’edificio a tutte le persone di sesso femminile. Il motivo? Il muro di separazione che generalmente divide uomini e donne all’interno del café è rimasto distrutto in una rissa.

Anche se l’Arabia Saudita ha operato un’apertura massiccia verso le multinazionali occidentali, il paese è in colossale ritardo sulla questione della parità di genere. La promiscuità tra uomini e donne è tollerata solo sotto rigide condizioni. I muri separatori, ad esempio, sono obbligatori in tutti i locali e i negozi, siano essi sauditi o appartenenti a una multinazionale occidentale.

Sensibile al rispetto dei diritti delle donne nella maggior parte dei paesi in cui è presente, l’azienda americana specializzata nel caffè ha comunque l’obbligo di applicare le leggi dello Stato che ospita le sue strutture. Anche se le leggi in vigore in quel paese sono retrogradi. Situazione, questa, alla quale i difensori del diritto internazionale si oppongono fermamente.

La Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH) ci ricorda l’esistenza di principi guida stabiliti dalle Nazioni Unite: “Questi principi, votati nel 2011, costituiscono delle responsabilità per le imprese, che sono invitate a prendere in considerazione il rispetto dei diritti delle donne come norma consuetudinaria che ogni azienda deve adempire, ovunque si trovi”. Di carattere non vincolante, queste disposizioni possono però di fatto essere spazzate via dal diritto nazionale di un paese.

In Arabia Saudita “la segregazione sessuale è obbligatoria in tutti i luoghi di lavoro”, come spiega Adam Coogle, specialista in Medio Oriente per la ONG Human Rights Watch. “Dal momento che questa separazione non viene sempre applicata dalle multinazionali occidentali, lo scorso autunno il governo saudita ha annunciato sanzioni più severe”, aggiunge Coogle, precisando che “il ministero del Lavoro ha annunciato la creazione di nuove multe che puniscono i datori di lavoro che non hanno realizzato uno spazio lavorativo femminile separato da quello maschile, o che non abbiano adottato un rigido codice di abbigliamento”.

La muttawa, la polizia religiosa saudita, segue con rigore regole medievali. Gli agenti sono autorizzati per legge ad arrestare i trasgressori tanto all’interno di imprese saudite quanto internazionali. Nonostante alcune timide riforme – come il diritto al voto – le donne restano in un’enorme condizione di disparità rispetto agli uomini. Oltre al divieto di guidare, ogni donna adulta deve avere un “guardiano” di sesso maschile, che di solito è il padre o lo sposo. Questo “protettore” ha la facoltà di autorizzare o meno un viaggio, un matrimonio, un percorso di studi o un lavoro. Nel 2015, il Forum Economico Mondiale ha piazzato l’Arabia Saudita al 134° posto (su 145 paesi) della classificazione mondiale sulla parità di genere.

Edouard Lamort è un giornalista francese.

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Roberta Papaleo

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