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“I’m not a martyr”, il grido dei giovani libanesi

Di Veronique Abu Ghazaleh. Al-Hayat (03/03/2014). Traduzione e sintesi di Laila Zuhra.

Esplosioni, sirene spiegate, profonde analisi politiche e, come sempre, un numero di vittime civili che tutti si affrettano a definire “martiri”, come per dare un valore patriottico alla morte. I giovani libanesi, però, hanno deciso di ribellarsi a questo termine. Chi ha detto che volevano essere martiri? Chi aveva il diritto di decidere del destino di quei giovani che riponevano grandi speranze nel futuro? È a questi interrogativi che si dà voce nella pagina Facebook “I’m not a martyr”, presente anche su Twitter con l’hashtag #notamartyr, creata da parte di attivisti che rifiutano di essere i martiri di crisi esterne e cospirazioni ai danni del loro Paese.

La pagina, che ha attirato l’interesse dei media sia locali che internazionali, è molto simile a un forum aperto ai giovani libanesi di qualsiasi affiliazione politica, ideologia o pensiero, che vogliano dar voce ai loro desideri per il Paese e far giungere il loro messaggio a tutto il mondo.

Ben presto, gli interventi dei giovani sono andati oltre il problema della sola sicurezza per esprimere le loro idee e le loro attese su altre questioni locali. Ciò che colpisce è anche la partecipazione di libanesi emigrati che, utilizzando l’hashtag #notamartyr, vogliono rendersi parte del processo decisionale del loro Paese. In molti parlano a nome dei giovani libanesi e ogni fazione politica tocca un nervo scoperto, “ma se si vogliono conoscere le reali opinioni dei giovani libanesi, bisogna ricorrere ai social network”, dice Susan Fahd, attivista della società civile.

La Fahd ricorda come i libanesi che non sono riusciti a far valere i loro diritti nelle dimostrazioni e nei sit-in abbiano una forte presenza nei social media, dimostrandosi solidarietà reciproca tramite fotografie e scritte. Ma fino a che punto una pagina come I’m not a martyr” può cambiare qualcosa nella realtà? Secondo la Fahd, pagine di questo genere non sono altro che una valvola di sfogo per i giovani che sentono di esprimere la loro opinione attraverso i loro post; tuttavia, il cambiamento reale ha bisogno di azioni più radicali, richiede che si scenda per le strade per far sentire alla classe politica la presenza di una gioventù consapevole delle questioni nazionali.

Pagine come questa non cambieranno il percorso politico in Libano, ma ci ricordano che esistono larghe fasce della società che rifiutano di essere numeri e cercano qualcuno che li possa rappresentare, che i giovani vivono momenti di grande sconforto e vedono il Paese in cui vogliono vivere andare in rovina a poco a poco.

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Roberta Papaleo

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