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Il wahhabismo ha un futuro radioso davanti a sé

arabia saudita

Di Antoine Menusier. L’Hebdo (09/07/2015). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Nabil Mouline
Nabil Mouline

L’esistenza politica dell’Arabia Saudita dipende dalla dottrina wahhabita, una corrente religiosa rigorista apparsa nel XVIII secolo, alla quale è legata la famiglia dei Saud. Chiarimento dello storico Nabil Mouline, specialista di questo Paese e autore del libro “I chierici dell’Islam”.

Qual è la particolarità del regime saudita  rispetto all’insieme dei Paesi arabo-musulmani?

Il regime saudita è un sistema autoritario di tipo patrimoniale. Autoritario perché non c’è posto né per l’opposizione né per la libertà d’espressione. Patrimoniale nel senso che i detentori del potere trattano tutti gli affari dello Stato come se fosse una proprietà privata. Tutto ciò genera dei fenomeni di nepotismo e clientelismo. La legittimità del regime si basa su un’alleanza storica tra il potere politico e l’autorità religiosa. Su un’alleanza stretta intorno al 1744 dal precursore dei Saud e fondatore del wahhabismo, Mohammed Ibn Abd al-Wahhab. O almeno è quello che dice il grande racconto leggittimatore. C’è una divisione del lavoro. Se da una parte gli ulema, nome dato ai depositari del sapere religioso, legittimano il potere e l’azione dei Saud, quest’ultimi proteggono e finanziano gli Ulema.

Chi è Mohamed Ibn Abd al-Wahhab, la cui dottrina non cessa di avere importanza?

Ḕ un ulema della scuola hanbalita, quarta scuola giuridica e teologica del sunnismo. Ḕ nato intorno al 1703 a Ouyayna, a nord dell’attuale capitale, Ryad. Appartenente alla più grande famiglia di ulema dell’Arabia centrale, comincia a predicare verso il 1735. La sua constatazione all’epoca fu che il vero islam non esiste più. Pensa che il mondo musulmano è caduto nell’ignoranza e che bisogna ristabilire quello che chiama tawhid, l’unicità divina, concepita in opposizione radicale al sufismo, la mistica musulmana. Per questo ultra puritano il sufismo contiene dell’idolatria.

Cosa favorisce l’emergere del wahhabismo nel XVIII secolo?

Alcuni vedono in questo fenomeno una sorta di necessità storica: l’Arabia centrale vive una tale decadenza che ha bisogno di un rinascimento che passi obbligatoriamente dalla religione. In questo mondo apocalittico, si attendeva un qualche rinnovatore e questo fu Ibn Abd al-Wahhab. L’altra lettura è, invece, quella personale. Si forma intorno ad Ibn Abd al-Wahhab un piccolo gruppo di persone che si considerano come degli eletti. La prova che non ci si trovi davanti a una necessità storica è che, ogni volta che l’alleanza saudo-wahabita, nel XIX secolo, incontrerà delle difficoltà, i differenti gruppi d’Arabia ne approfitteranno per cercare di ristabilire uno Stato pre-saudita.

Qual è l’architettura dell’attuale potere saudita?

Ḕ essenzialmente la famiglia reale. Dal 1964, ogni grande principe controlla un’amministrazione, un governatorato, un ministero, una multinazionale. Detto ciò, le decisioni strategiche sono prese in modo collegiale. In questo sistema il re non ha potere assoluto, sebbene rispettato e disponga, come primo inter pares, di strumenti giuridici che non hanno gli altri principi. Gli ulema non intervengono mai nelle questioni politiche, a meno che non vengano invitati.

Lunga vita all’Arabia Saudita e al wahhabismo?

All’Arabia Saudita non so. Al wahhabismo certamente. Dal 1961, l’Università islamica di Medina ha formato da sola più di 46.000 persone di 170 nazionalità differenti. La ricchezza petrolifera saudita ha permesso di diffondere il discorso wahhabita un po’ ovunque. I regimi arabi vedono nel wahhabismo un’ideologia semplice che permette di legittimare il loro potere. I wahhabiti sono con i vincitori. Finché un regime permette loro d’islamizzare la società dalla base non hanno niente da ridire. E visto che il campo intellettuale nel mondo arabo è per così dire inesistente, tanto è stato levigato, il wahhabismo ha un futuro radioso davanti a sé.

Antoine Menusier è caporedattore del sito Bondy Blog.

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Viviana Schiavo

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