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Il sistema internazionale si disintegra mentre la Siria va in fiamme

Siria

Di Baria Alamuddin. Al-Arabiya (23/02/2016). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

Viviamo un momento decisivo per il sistema internazionale entro i cui contorni familiari siamo cresciuti. Gli Stati europei si affrettano a sigillare i loro confini, i candidati alle presidenziali americane fanno a gara per dimostrare chi è più xenofobo, mentre i confini del Medio Oriente si dissolvono sotto i nostri occhi. Sembra che ogni volta che si annuncia una svolta negli sforzi diplomatici per la Siria, il progresso è mandato in frantumi da un’altra campagna di bombardamenti russi, annientando qualsiasi prospettiva di un’imminente soluzione politica.

La Russia, tuttavia, è solo una delle parti che stanno interferendo impunemente in Siria, insieme all’Iran e ai suoi affiliati di Hezbollah e delle Forze di Mobilitazione Popolare, mentre un possibile intervento turco contro i curdi potrebbe avere ulteriori effetti destabilizzanti. Nel frattempo la politica degli USA e quella occidentale sembrano andare continuamente in direzioni opposte, senza portare a effetti significativi sul terreno. C’è stato poco interesse a richiamare alle proprie responsabilità l’Iran e la Russia e molti gruppi di interesse occidentali fuorviati considerano ancora la Russia e Assad come alleati potenziali contro Daesh (ISIS).

Secondo gli esperti i bombardamenti russi e l’accerchiamento dei ribelli intorno a Aleppo stanno cambiando l’equilibrio di potere e avranno implicazioni geopolitiche significative per tutta la regione. Se la comunità internazionale avesse preso posizione in Siria tre o quattro anni fa, tale ruolo sarebbe stato costoso, impopolare e difficile, ma di sicuro avrebbe fermato il conflitto che sta andando fuori controllo, compromettendo così l’equilibrio regionale e il sistema internazionale.

Oggi ci si chiede ancora se e come intervenire a livello internazionale. Tuttavia, farsi da parte non è un’opzione. Per troppi anni gli USA e i circoli politici occidentali hanno considerato il conflitto siriano come una questione circoscritta nella quale avevano pochi interessi strategici e le conseguenze sono state catastrofiche: il più grande flusso di rifugiati dalla seconda Guerra Mondiale e una catastrofe umanitaria che le organizzazioni internazionali non sono riuscite a contenere; l’emergere del primo “Stato” jihadista capace di espandere la propria influenza in tutto il mondo e attaccare decine di Paesi; la crescita di movimenti e regimi di estrema destra, islamofobi e xenofobi in Europa, USA e nel mondo; la regionalizzazione e conseguente internazionalizzazione del conflitto siriano che ha inghiottito numerosi stati e ha cancellato diversi confini nazionali; l’inasprimento delle tensioni settarie tra sunniti e sciiti, conflitti per procura e uno stato di guerra non proprio fredda tra l’Iran e gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo; torture, crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati su vasta scala dal regime siriano; l’indebolimento del sistema internazionale di prevenzione dei conflitti e l’estromissione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La Russia, l’Iran e gli altri stati devono capire che il protratto coinvolgimento in Siria sarà molto costoso per i loro interessi e per la posizione internazionale. Le parti in causa e i loro sostenitori devono impegnarsi seriamente nel processo politico e ci sarà bisogno di una presenza internazionale per realizzare la pace sul terreno e combattere Daesh (ISIS), creando al contempo lo spazio per un futuro stabile per la Siria. Queste azioni saranno costose, controverse e difficili da raggiungere, ma dobbiamo riconoscere che questo non è più un conflitto circoscritto al Medio Oriente. L’inazione avrà conseguenze a lungo termine per l’ordine internazionale e per la regione. I nostri leader saranno all’altezza della sfida?

Baria Alamuddin è una giornalista e commentatrice specializzata in questioni inerenti al Medio Oriente.

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Roberta Papaleo

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