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Il significato dell’attentato a Tripoli per la Libia

Di Mohamed Eljahr. Foreign Policy (27/01/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Hotel Corinthia, Tripoli
Il Corinthia Hotel di Tripoli

Un gruppo di quattro uomini armati ha attaccato un hotel a Tripoli, capitale della Libia. Diversi media riportano che almeno 5 stranieri e 3 guardie locali sono rimasti uccisi. Gli attentatori hanno fatto esplodere due autobombe all’esterno prima di entrare nell’edificio. Si dice che uno di loro si sia poi fatto saltare in aria al 21° piano dell’albergo.

Le circostanze e i retroscena dell’attacco rimangono oscuri. In un primo momento, l’attacco è stato attribuito a Daish (conosciuto in Occidente come ISIS), che lo avrebbe condotto in rappresaglia alla morte di Naziq al-Ruqai, anche noto come Anas al-Libi, in un ospedale americano lo scorso mese. Libi, che si suppone fosse un ex membro di al-Qaeda, era stato catturato dalla CIA nel 2013 per il sospetto coinvolgimento negli attacchi contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998.

Nelle ultime settimane, Daish è più presente nella Libia occidentale e meridionale dopo mesi di intensi scontri a Bengasi contro le truppe di Khalifa Haftar. Gruppi militanti islamisti affrontano la pressione dell’esercito e la sicurezza nazionale dell’est del Paese, leale al governo di Tobruk. La maggio parte di queste milizie combatte dal lato del governo rivale di Tripoli, il cui capo, Omar al-Hassi, si dice fosse tra gli ospiti del Corinthia Hotel al momento dell’attacco.

Questo attacco sottolinea l’enorme minaccia costituita dai gruppi estremisti in tutta la Libia. Mentre le delegazioni si incontrano a Ginevra per il secondo turno di negoziati per risolvere la crisi libica, i gruppi terroristici come Daish continuano a destabilizzare la situazione. E mentre le milizie continuano a scontrarsi a ovest di Tripoli, i combattenti Daish sono riusciti a colpire il cuore della capitale, alimentando ulteriormente la destabilizzazione.

In più di un’occasione, Hassi ed il suo governo hanno negato la presenza di Daish in Libia. Di certo, i funzionari governativi di Hassi, incluso il suo consigliere politico nonché controverso personaggio islamista Mohamed Bayou, negano il coinvolgimento dello ‘Stato Islamico’ nell’ultimo attacco a Tripoli, nonostante il gruppo ne abbia rivendicato la responsabilità per tutto il web. In una dichiarazione, il governo Hassi ha incolpato “i lealisti del regime di Gheddafi” che lavorano per Haftar, che dal maggio 2014 ha portato avanti una campagna contro le milizie islamiste in nome del governo di Tobruk.

Questo diniego da parte di Hassi e dei suoi alleati è radicato nella loro convinzione per cui riconoscere l’esistenza di gruppi come Daish andrebbe a rafforzare la posizione dell’esercito di Haftar. Lo considerano il nemico numero uno in Libia e si sono aggrappati alla nozione per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Tuttavia, Daish ha inviato il chiaro messaggio di non essere amico di nessuno, a parte di coloro che gli giurano una lealtà incondizionata.

I gruppi terroristici come lo ‘Stato Islamico’ si nutrono dell’instabilità e della frammentazione della società. La Libia vive una guerra civile nella quale le fazioni che hanno combattuto insieme per rovesciare Gheddafi ora combattono tra di loro. Questa guerra civile sta creando un terreno fertile per gruppi come Daish e Ansar al-Sharia. I Paesi uniti e stabili hanno l’opportunità di combattere il terrorismo, ma un Paese come la Libia, dilaniato da conflitti per il potere e le risorse, ha poche possibilità di superare il problema.

Mohamed Eljahr è membro del Centro Rafik Hariri per il Medio Oriente dell’Atlantic Council.

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Roberta Papaleo

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