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Il sangue palestinese nel “bazar” della politica

Di Elias Harfoush. Al Quds (19/11/2012). Traduzione e sintesi di Silvia Di Cesare.

Il sangue palestinese sta scorrendo nella striscia di Gaza sotto le bombe di un’aggressione israeliana che avrà delle pesanti conseguenze politiche, e da cui molti sperano di trarre vantaggio.

In prima linea vi è senza dubbio il governo israeliano di Benjamin Nethanyahu che tra due mesi dovrà affrontare nuove elezioni. I giornali israeliani non tardano a collegare l’uccisione di Ahmed Jabari e le incursioni che sono seguite alla data del prossimo 22 Gennaio. Gli analisti si chiedono perché ora mentre la striscia di Gaza sembrava vivere una fase di letargo? E perché Jabali che è stato uno dei garanti della tregua, fungendo da mediatore con le fazioni più integraliste, come “Jihad Islamica”?. Sicuramente questo non porterà vantaggi elettorali a Nethanyahu, come le esperienze passate, ed in particolare l’operazione “Piombo Fuso” del 2008, hanno dimostrato.

La cosa migliore che può accadere è il ripristino della situazione nella striscia di Gaza come a prima dell’aggressione, l’istaurazione dell’autorità politica di Hamas ed il ritorno dell’esercito israeliano in posizione di controllo ai confini con la Striscia. In questo caso però, sarebbe difficile per Natanyahu portare avanti la sua campagna elettorale sotto la bandiera della vittoria nella battaglia per il ripristino della sicurezza degli israeliani.

Dall’altro lato quest’operazione accende i riflettori sulla situazione interna di Hamas che ha pesato molto sulle sue decisioni politiche e di sicurezza che hanno portato all’escalation con Israele. Ora con l’annuncio del ritiro dalla scena politica del presidente dell’Ufficio politico Khaled Meshaal, sorgerà una competizione tra quello ciò che viene chiamato  l’Hamas interno e l’Hamas esterno ai territori, per la elezione di colui che riuscirà a portare avanti nel migliore dei modi la linea di “obbiezione” tradizionale che sta caratterizzando il Movimento di Resistenza Islamico.

A ciò si aggiunge la forza attrattiva che porta entrambi le fazioni di Hamas a cercare di ottenere il sostegno della madre del movimento palestinese, la “Fratellanza” egiziana. Per questo diventa importante riuscire a capire la portata del supporto che il Presidente egiziano Morsi è disposto a dare alla Striscia di Gaza, a seguito dell’aggressione israeliana e la possibilità di innalzare i livello di intervento a qualcosa di più delle parole, come il rivedere i futuri accordi con Israele  ed il facilitare il rifornimento militare ai guerriglieri palestinesi attraverso il valico di Rafah.

In altre parole: può la leadership egiziana permettersi di entrare in aperto conflitto con Israele come richiesto dai vertici militari all’interno della Striscia, le fazioni più intransigenti di Hamas?

L’aggressione di Gaza rappresenta un’occasione anche per l’opposizione siriana e lo steso regime, a secondo della prospettiva con cui si guarda al conflitto. Per il regime l’attacco israeliano è la conferma dei suoi slogan che pongono la questione israelo-palestinese come priorità della regione, lasciando da parte gli obblighi nazionali. Dall’altro lato l’opposizione siriana vede gli aerei israeliani che distruggono le case palestinesi come una trasposizione degli aerei del regime di Assad.

Per quanto noi possiamo sperare che lo stato ebraico riveda la sua politica per quanto riguarda la questione palestinese, sappiamo che l’unica politica a disposizione di questo sistema è la politica dell’aggressione, ed essa non può continuare ad agire impunita. Mentre il sangue dei palestinesi scorre in cambio di promesse, discorsi e convinzioni.


Silvia Di Cesare

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