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Il Ramadan dei rifugiati siriani in Libano

Di Ghinwa Obeid. The Daily Star Lebanon (20/06/2015). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Mentre prepara foglie di vite ripiene fuori dal suo campo per rifugiati nella località libanese di Anjar (Valle della Bekaa), Zeinab versa lacrime ricordando le gioie di trascorrere il mese sacro di Ramadan nella sua Siria. Il Ramadan giunge mentre i rifugiati siriani vivono tempi duri, nella loro lotta per far quadrare i conti che eclissa le gioie associate al mese sacro. Zeinab, giunta in Libano dalla provincia siriana di Idlib con suo marito Bassam, dice che accoglieva il Ramadan con gioia quando la famiglia riusciva a preparare un pasto dignitoso. “Si sente la pressione per via della situazione in Siria e dei costi,” dice suo marito, “non c’è gioia in questo Ramadan perché non ci sono comfort”.

Ad ogni augurio di un Ramadan generoso, i rifugiati rispondono subito: “Speriamo che il prossimo sarà in Siria”. Sullo schermo di Umm Rahaf va in onda il programma siriano Bab al-Hara. Oggi a Bar Elias ed originaria di Aleppo da cui è fuggita con suo marito e loro figlia, vive in Libano da oltre un anno. Appare emaciata e oppressa dalle tribolazioni della vita quando il secondo giorno di Ramadan arriva a pesarle addosso. “Come vivrò, non lo so,” dice, “Se non ci sono entrate, non possiamo celebrare il Ramadan. Dovremmo trascorrerlo affamati?”.

I rifugiati siriani dicono di invitare raramente i loro amici per condividere l’iftar (il pasto serale che fa seguito al digiuno) perché non hanno abbastanza cibo da parte a causa delle ristrettezze legate alla situazione economica. Alcuni dicono che perfino offrire un bicchiere d’acqua fredda è difficile. La maggior parte delle famiglie dice di aver fritto delle patate come pasto per l’interruzione del digiuno. “Quando arriva l’Eid (la fine del mese di digiuno) e qualcuno verrà a trovarmi, cosa gli offrirò? Un bicchiere d’acqua?”.

Umm Mohsen, originaria di Homs, siede coi suoi bambini in un rifugio temporaneo nel villaggio di al-Marej. Il rifugio in cui viveva prima nello stesso campo è stato distrutto dalle fiamme in questo stesso mese. Umm Mohsen non sta digiunando, ma alcuni membri della sua famiglia sì. “Il campo è bruciato con l’avvicinarsi del Ramadan. Che facciamo, mentiamo a Dio?” ha chiesto, dicendo che il lavoro di costruzione di un nuovo campo sulle ceneri del primo non è ancora completo, rendendo difficile celebrare il Ramadan.

I vestiti della famiglia, i materassi e gli articoli per la casa – tra tutto il resto – sono andati perduti nell’incendio. “Non proviamo alcuna gioia, questo Ramadan è diverso dai precedenti,” dice, “Siamo rimasti distrutti nell’incendio”.

Ghinwa Obeid è una reporter per il Daily Star Lebanon basata a Beirut.

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Claudia Avolio

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