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Il programma nucleare dell’Arabia Saudita

di Hussein Shobokshi (Asharq AlAwsat 15/10/2012). Traduzione di Claudia Avolio.

Senza troppo rumore, il regno dell’Arabia Saudita sta progettando uno dei più grandi piani di sviluppo della sua storia. Mi riferisco alla Città per l’Energia Atomica e Rinnovabile di re Abdullah. L’Arabia Saudita sa che si tratta di una grossa sfida, quella di fornire energia elettrica sufficiente a soddisfare la crescente domanda interna. Le stime indicano che tale domanda aumenterà di oltre 30 mila megawatts nel 2020: ciò rende uno degli obiettivi chiave del Paese quello di rendere minimo l’affidamento a petrolio e gas come fonti di energia. A tale scopo, l’Arabia Saudita ha firmato una serie di accordi di cooperazione con Stati Uniti, Francia, Russia, Corea del Sud, Cina e Argentina. Il regno sta cercando di farsi strada attivamente verso il proprio obiettivo di mettere su il primo reattore nucleare saudita – per la produzione pacifica di energia – entro il 2020.
In una nota della Città per l’Energia Atomica e Rinnovabile si era in precedenza affermato che l’Arabia Saudita intende costruire 16 reattori d’energia entro il 2030. Questo fervido slancio verso la produzione di energia alternativa viene a coincidere con tassi di consumo del petrolio locale giunti alle stelle. Khaled al-Faleh, amministratore delegato della Aramco saudita, ha lanciato un monito in tal senso: “Se il tasso di consumo locale dell’Arabia Saudita continua su questa china, un ammontare stimato per 3 milioni di barili al giorno sarà decurtato dalle esportazioni entro il 2028”. L’Arabia Saudita sta pensando di costruire reattori offshore perché i materiali hanno bisogno di essere mantenuti al freddo, in un esperimento per certi versi simile agli enormi impianti offshore di desalinizzazione dell’acqua. Il regno ha anche intenzione di costruire reattori mobili più piccoli sulla terraferma.

Fondi fidate indicano che l’Arabia Saudita sceglierà le compagnie per affidarvi tali progetti in base alle loro offerte, economie e possibilità, invece che tenere conto di considerazioni politiche. Col suo peso politico ed economico, il Paese ha avanzato quest’ambizioso programma prendendolo come un fatto compiuto, indipendentemente da accordi con organizzazioni energetiche globali, così da non essere soggetto a nessun tipo di sfruttamento o estorsione. Il principe Turki al-Faisal ha pronunciato un’affermazione forte in tal senso, quando ha detto che il regno “non abbandonerà il suo diritto a arricchire il proprio uranio per uso energetico nel lungo periodo”. L’Arabia Saudita ha allocato un ampio budget per finanziare il programma, superando i 250 miliardi di riyal. I risultati andranno ad influire su molti settori come quello produttivo, della desalinizzazione dell’acqua, del trasporto, degli abitati e della salute.

Per mettere a punto un progetto tanto ambizioso, il regno si è rivolto a uno dei suoi statisti più in gamba, l’ingegner Hashim Yamani. Razionale, estremamente accurato e che lavora sodo, Yamani non punta al guadagno personale. Ha ottenuto grandi successi in lavori pregressi, ma la responsabilità che ha ora sulle spalle è davvero senza precedenti. Lontano dal clamore spesso associato a imprese simili, l’Arabia Saudita sta lanciando un programma di sviluppo – che creerà molti posti di lavoro – in modo pacato.

Una volta che le infrastrutture saranno completate, il terreno sarà fertile per espandere la capacità industriale e produttiva del Paese, così come per massimizzare il potenziale di esportazione petrolifera e minimizzare il consumo locale. Il programma nucleare dell’Arabia Saudita è un progetto del tutto pacifico, tuttavia molto ambizioso. Se andrà a buon fine, a Dio piacendo, soddisferà attivamente i pressanti bisogni del Paese. Oggi l’energia è un elemento chiave della competitività economica tra le nazioni, e compiendo un simile passo, l’Arabia Saudita sta cercando di qualificarsi, riducendo al minimo il proprio affidamento sul gas e sul petrolio.


Claudia Avolio

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