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Il movimento delle generazioni in Palestina

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Di Elias Sahab. As-Safir (07/11/2015). Traduzione e sinstesi di Federico Seibusi.

Non c’è dubbio che ci siano delle similitudini fra ciò che hanno fatto gli europei in Palestina a seguito delle Crociate e la presenza dello Stato israeliano nel ventesimo e ventunesimo secolo, nonostante si possa non credere, con queste analogie, che la storia si ripete con forme precedenti, per dare prova di se stessa.

Tale osservazione deriva dalla presenza di segnali in questo periodo, che mostrano la nascita di una nuova generazione palestinese che sembra designata ad aprire nuovi orizzonti in una lotta più lunga e vigorosa, contro lo Stato che occupa la Palestina. È chiaro che, mentre  questa nuova generazione si fa strada nella lotta, la sua nascita ci ricorda il movimento delle precedenti generazioni presenti dalla fondazione dello stato di Israele fino a oggi.

La prima generazione, quella che all’epoca ha subito il trauma della Nakba del 1948, aveva posto tutte le sue speranze nel nazionalismo arabo guidato da Jamal Abd al-Nasser e la sua apparizione è stata originariamente motivata dal fornire un tipo di risposta per quel trauma.

Questa speranza, d’altronde, in seguito ha confermato che in questa fase non si poteva sopportare più del dovuto.

Perciò, era ovvio che la sconfitta del 1967 (Naksa) e gli eventi che l’hanno preceduta, abbia condotto all’apparizione di una nuova generazione che si è fusa con il movimento di resistenza palestinese. Questa generazione desiderava avere un ruolo nella lotta all’occupazione, agendo talvolta dalla Giordania e altre volte dal Libano, prima di subire due colpi consecutivi che posero fine alla sua presenza nei due paesi menzionati.

Questa seconda generazione ha visto la sua fine lasciando il segno nella storia solamente cadendo nella trappola degli Accordi di Oslo. Ciò ha mostrato che le scelte della leadership di resistenza palestinese erano totalmente inesatte e che, nello specifico, hanno posto le basi del modello palestinese, in vista degli accordi di Camp David in cui Anwar Sadat ha annunciato l’inizio del ritiro arabo dalle necessità storiche per combattere l’entità Sionista.

Principalmente i primi giorni della “rivolta”, che non si voleva definire “Intifada”, hanno colpito tutta l’area geografica della Palestina, malgrado l’occupazione israeliana fosse totale e incessante. Contemporaneamente, questa sollevazione ha aperto una nuova era nella lotta e ha annunciato la nascita della terza generazione, che ha rappresentato una sfida reale per lo stato occupante. Quest’ultimo ha perfezionato la sua attività oppressiva attraverso le numerose guerre, favorita dalla totale assenza della comunità internazionale e dei popoli arabi che circondano la Palestina.

C’è chi, nel suo ottimismo, si è spinto fino a definire l’ultima rivolta palestinese come “Intifada dell’indipendenza”, ma si è dovuto scontrare con le voci israeliane che si sono sollevate per  annunciare ai palestinesi il tramonto della soluzione dei due Stati.

Il significato del confronto fra le due prospettive mostra come la lotta storica è già entrata in una nuova fase e si spera che, con essa, i palestinesi si possano riscattare attraverso le fasi precedenti; così da poter rifondare la questione in una forma più profonda e fondamentale.

Elias Sahab è un giornalista e editorialista per il quotidiano As-Safir in Libano.

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Roberta Papaleo

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