I Blog di Arabpress News

Il Medio Oriente nell’agenda Obama

Articolo di Giusy Regina

Yes we can gridava Obama agli albori del suo primo mandato, quando le folle speranzose di tutto il mondo lo acclamavano come il presidente ideale e sicuramente il più atteso. Da allora molte cose sono cambiate, soprattutto gli equilibri internazionali, tanto che il presidente figlio di un immigrato keniota musulmano si ritrova oggi al suo secondo mandato con un mondo nuovo, più complesso e difficile da gestire.

The best is yet to come afferma deciso all’alba della proclamazione dei risultati elettorali che lo annunciano di nuovo vincitore. Ma sarà davvero così? Durante il discorso tenutosi il 21 gennaio scorso alla cerimonia di inaugurazione del secondo mandato, Obama ha tenuto incollati agli schermi milioni e milioni di persone che in tutto il mondo hanno seguito con attenzione ogni sua parola, analizzandola. Frasi ricche di ideologie, valori, principi filosofici inscatolati e offerti su un piatto d’argento ad uso e consumo della realtà americana in molte delle sue sfaccettature. I temi principali sono stati l’inquinamento ambientale, il riconoscimento delle coppie omosessuali, la crisi economica interna. Un discorso importante basato sulle persone – We, the people – e sulle idee, che gli è valso il paragone ad illustri uomini americani e non, quali Reagan, Lincoln e Machiavelli.

Ma dove sono finiti i programmi futuri su questioni calde come l’Iran, la Siria e l’Africa? Sul rapporto con Israele e il rieletto Netanyahu? Obama è stato vago, nominandoli appena, come se non facessero quasi parte della sua agenda politica. Eppure c’è chi si aspettava molto da lui e se lo aspetta ancora. Egli appare più audace di quattro anni fa, ma non riguardo ai nodi internazionali: il centro di gravità della geopolitica oggi è il Medio Oriente, ed è lì che deve dimostrare davvero qualcosa.

Un punto su cui la stampa internazionale conviene riguarda proprio la reazione mediorientale, che spazia dalla diffidenza alla delusione. Le parole di Obama sono rimaste tali durante questi ultimi quattro anni, senza tramutarsi in fatti, e l’unica matassa che egli potrebbe effettivamente sciogliere sembra essere quella iraniana. Nonostante il rapporto con il premier israeliano sia come quello di una coppia intrappolata in un matrimonio senza amore, nessuna delle parti vuole arrivare ad una guerra per la questione nucleare.

Tutto il resto però è vago e inconcludente. Certamente, nonostante la reciproca diffidenza, Obama non si opporrà mai concretamente ad Israele e gli accordi di pace con la Palestina si risolveranno con l’ennesimo nulla di fatto. Lo stesso vale anche per la Siria, l’Africa, le mire espansionistiche della Russia su Georgia, Siria e Iran e quelle della Cina su Filippine e Giappone. Ma tutti si aspettano, e in un certo senso pretendono, che il presidente statunitense decida da che parte stare. Nei casi di Tunisia ed Egitto, seppur con moderazione, ha scelto. Ma ad oggi l’unica scelta sicura che ha fatto è quella di occuparsi degli affari interni americani: ha trasmesso tra le righe il messaggio “che ogni paese si occupi delle sue questioni”.

La Primavera araba ha comprensibilmente shoccato la prima amministrazione Obama. Ma da allora sono passati due anni, anni in cui il mondo, anche se cambiato, deve essere affrontato e non evitato. Obama ha un importante appuntamento con la storia, e non solo quella americana, durante il quale dovrà dimostrare di essere all’altezza di quel premio Nobel per la Pace assegnatogli forse troppo precocemente.

Giusy Regina

Scrivi un commento

Clicca qui per postare un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Vuoi Studiare Arabo?

summer_school_a_tangeri

Ultimi tweet